lunedì 30 settembre 2013

Estonia

ESTONIA: un Paese ricoperto per oltre il 50% da foreste, con una media di 3000 alberi per abitante e ben 1251 isole, per la maggior parte disabitate. La natura, qui, fa da padrona. Eppure, nascosta tra le verdi fronde che la ricoprono e le acque limpide che la circondano, questa nazione europea nasconde una sorpresa: è uno dei Paesi più cablati del mondo. Quindi non meravigliatevi se, nella foresta o su un isolotto, il vostro smartphone vi segnalerà che c'è una connessione gratuita disponibile. La Repubblica baltica che ha inventato Skype (il noto software freeware di messaggistica istantanea e VoIP) e Kazaa (la prima rete di file-sharing), è talmente attenta agli sviluppi della tecnologia da aver saggiamente coperto gran parte della propria superficie con reti Wi-Fi gratuite, disponibili praticamente ovunque, dai boschi vergini a Tallinn, la splendida capitale.
Le onde magnetiche che portano internet su telefoni e computer si trovano nei pub, sugli autobus a lunga percorrenza, nelle aree pubbliche, nei negozi: 1140 luoghi di collegamento rapido su una superficie di 45mila km quadrati rappresentano una copertura per noi italiani ancora lontana anni luce. E così, mentre noi ci danniamo per agguantare una connessione e paghiamo per avere una password, gli estoni si collegano al web, condividono istantaneamente le foto su Facebook, chattano, controllano le e-mail con pc portatili, smartphone o tablet. Grati a un Paese che, quando riconquistò l'indipendenza nel 1991, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, era in condizioni poverissime e arretrate (meno della metà della popolazione aveva una linea telefonica) e che oggi, oltre a essere leader mondiale in tecnologia, vanta un'economia in attivo e, nella classifica annuale delle nazioni con più alta libertà economica, stilata dalla fondazione Heritage, si piazza orgogliosamente al 16º posto nel mondo, e al 7º tra i Paesi europei.

Benvenuti, dunque, nell'"eCountry", la nazione elettronica, proiettata nel futuro grazie al progetto nazionale di informatizzazione "Tiigrihüpe" (in lingua estone, "balzo della tigre"), lanciato nel 1992, quando Mart Laar, allora primo ministro, a capo di un governo di trentacinquenni, diede alla nazione una flat tax, il libero scambio, una moneta solida e le privatizzazioni. Oggi l'80% della popolazione è cliente delle e-banche, e infatti il Paese occupa il secondo posto al mondo per l'Internet banking. Il resto è venuto da sé. La nazione nel 2007 ha avuto per prima una votazione on-line in una elezione politica nazionale e oggi detiene il record delle start-up per persona. I "Giapponesi d'Europa", così vengono chiamati gli 1,3 milioni di estoni, pagano i parcheggi con i telefoni cellulari inviando un sms, firmano dagli anni '90 in formato elettronico i documenti, hanno le loro cartelle cliniche archiviate in una cloud digitale e presentano la dichiarazione dei redditi annuale on-line, impiegando, per farlo, circa cinque minuti. Per loro usare internet per fare praticamente tutto è normale, dato che il loro è stato il primo Paese al mondo a introdurre, nel 2002, il sistema di m-payments, cioè pagamenti tramite cellulare di taxi, ristoranti, alberghi e merci nei negozi.

E' anche per questa ragione che sono sempre di più gli imprenditori europei che lasciano il Paese di origine per trasferirsi qua, investendo proficuamente i propri soldi e ricevendo in cambio efficienza e facilitazioni burocratiche. "Nel 1996 ho deciso, col mio partner, di sviluppare un'attività commerciale di hotel e resort di lusso nell'isola di Muhu e qualche anno più tardi ho fatto dell'Estonia il mio luogo di vita e di lavoro - racconta Martin Breuer, imprenditore olandese trasferitosi qui ormai quasi 20 anni fa e fondatore del celebre Padaste Manor - Una delle cose più eccitanti del vivere in Estonia è l'energia e l'ambizione dei suoi abitanti: puoi davvero sentire, toccare con mano il modo in cui tutti si sentono pienamente coinvolti nella costruzione di una società e di un Paese migliore. Ecco perché fare affari qui è così semplice. E rilassante. Perché si tratta di un Paese profondamente moderno". 

Ma non c'è solo la tecnologia, nella vita degli estoni: adorano stare all'aria aperta, e non è raro vederli lavorare, con pc e telefonino, seduti su una panchina nei parchi o sdraiati sui prati. Bicicletta come mezzo di trasporto preferito, zaino in spalla, vestiti comodi: eccoli, i cittadini di un'Europa che già viaggia, o meglio naviga, nel futuro, e che da lì ci guarda. Consapevole, come noi, delle infinite possibilità che ci perdiamo. 
Repubblica.it

Anna Magnani

domenica 29 settembre 2013

Alla scoperta dello studio Lanza

In una calle secondaria di Fondamenta della Misericordia, nello stesso palazzo dove un tempo sorgeva l’Istituto Gramsci, si trova ancora oggi un laboratorio di idee, lo Studio Lanza, formato da quattro veneziani doc: Massimo Lanza, Adriano Manzo, Pierangelo Federici e Davide Conticelli. I fondatori sono Massimo e Adriano, una coppia inossidabile. Ma tutti e quattro i componenti dello studio, prima di essere colleghi, sono anzitutto amici di lunga data.
L’invasione di giallo che ha riempito le piazze di Mestre per il “Festival della Politica”, organizzato dalla Fondazione Pellicani, è opera loro, così come il nuovo marchio del “Premio Campiello” che raffigura in maniera stilizzata nello stesso logo un libro aperto, un palcoscenico e una vera da pozzo. Hanno ideato loro anche la campagna di “Mestre in Centro”. Lo stesso vale per la carta rossa che a breve avranno nel portafoglio tutti i veneziani al posto dell’Imob, la city card “Venezia è Unica”, anche quella proviene dallo Studio Lanza di Cannaregio. Insomma, nelle stanze del palazzo che hanno accolto gli intellettuali che poi avrebbero guidato la città, si continua a pensare a come valorizzarne l’identità. Il loro affiatamento inizia molto tempo fa, in una Venezia degli anni Settanta. Il clima culturale in questo periodo è effervescente e il mondo della grafica sembra fiorire soltanto a Milano, ma qualcuno ci prova anche a Venezia. Il suo nome è Alessandro Zen. È proprio in questo studio, ubicato vicino all’attuale Ristorante Montin di Cannaregio, che Massimo e Pierangelo, con una matita in mano, capiscono cosa vogliono fare da grandi. «Da Zen andavano tutti quelli che volevano respirare aria di creatività – raccontano – e potevi rimanere quanto volevi. Qui sono passati tutti i grandi maestri, da Jean Giraud Moebius a Max Huber. Entravi, disegnavi, imparavi facendo esperienza e poi cercavi la tua strada». Le loro all’inizio si dividono: Pierangelo gira il mondo e raffina l’arte della scrittura, Massimo perfeziona il disegno e diventa art director. Poi, dopo anni, il destino li riunisce e, insieme agli altri, non li ferma più nessuno.

La campagna per il Gruppo Ascopiave, risultata vincente al premio nazionale «I Magnifici Unicum 2012» e sintetizzata nello slogan «Energia dalla nostre mani», parla anche di loro e di come sono cresciuti nel tempo. La città è tappezzata dei loro interventi che entrano con naturalezza perfino nella più semplice gestualità, come il programma semi rigido del Festival della Politica realizzato in modo da poter essere, al tempo stesso, un ventaglio per rinfrescarsi dal caldo sole. Niente è lasciato al caso: il giallo serviva sicuramente per attirare l’attenzione, ma era anche un modo ironico per evidenziare il momento critico della politica oggi. «Il momento magico per noi – raccontano – è l’incontro con il nostro committente perché in quei momenti le nostre antenne devono essere come un radar che coglie in che modo possiamo tradurre un concetto in forma visiva e attrattiva». Le linee del marchio del “Premio Campiello”, di cui a breve uscirà anche la versione ex novo del “Campiello Giovani”, nella loro semplicità ne tracciano il carattere storico: la vera da pozzo del campo veneziano, il libro aperto come il romanzo che vince e il palco della premiazione, momento clou della selezione. «Il lavoro del creativo a volte è stereotipato – proseguono – perché è vero che c’è una fase in cui l’immaginazione non deve trovare nessuna barriera, ma anche una della realizzazione in cui non possiamo permetterci di sbagliare. O funziona o non funziona». Insomma, un lavoro di grande equilibrio che passa a volte anche per i numeri, come nel caso della creazione della city card, nata dopo i sondaggi dell’SWG di Trieste. Potevano andare a Milano, ma hanno voluto rimanere a Venezia e da quest’isola continuare a interagire con il mondo: «I tempi sono cambiati, il mondo è più rassegnato, ma noi siamo sempre gli stessi ragazzi. Ai giovani che arrivano per imparare gli spieghiamo che non devono essere schiavi delle nuove tecnologie, ma essere sempre loro padroni della propria idea, come nella vita». (LaNuovaVenezia)

Blitz Greenpeace

Le autorità russe hanno diffuso immagini in cui si vedono gli uomini della sicurezza russa confrontarsi con due climber durante la protesta contro la piattaforma petrolifera Prirazlomnaya della Gazprom nell'Artico. Il video mostra anche i colpi sparati in acqua dalle forze dell’ordine russe, nonostante un attivista sul gommone alzi le mani per mostrare che l’azione è pacifica. "Si vede chiaramente una donna, l’attivista finlandese Sini Saarela - afferma il comunicato di Greenpeace - urlare “scendo, scendo” mentre agenti armati continuano a tirare la corda con cui lei è assicurata alla struttura." I 30 attivisti rimangono al momento in stato di fermo e a cinque di loro è stato confermato che sono indagati con l’accusa di “pirateria”, ma attualmente non sono stati accusati formalmente di alcun reato. Tra loro anche un italiano, Christian D'Alessandro

sabato 28 settembre 2013

Il tabacco è pericoloso? Lo si diceva già nel 1878

Nel 1962 il Royal College of Physicians britannico pubblicava il rapporto Smoking and Health, segnando una svolta nella storia della medicina e in quella del tabacco. Già da qualche tempo l’abitudine al fumo preoccupava i medici, ma con il rapporto britannico il legame tra bionde, cancro, bronchite e malattie cardiovascolari cominciava a essere tracciato con precisione. Era chiaro ormai che il fumo dovesse essere visto come una minaccia alla salute, portato all’attenzione dell’intera società. Due anni dopo anche gli Stati Uniti arrivavano alle stesse conclusioni, presentate nel rapporto Smoking and Health: Report of the Advisory Committee to the Surgeon General of the United States. Ma i pericoli del fumo erano stati annunciati anche ottanta anni prima. Il 25 settembre 1878 il medico inglese del Metropolitan Free Hospital Charles R. Drysdale indirizzava agli editori di The Times una lettera in cui metteva in guardia dai pericoli dell’abitudine al fumo. E non era la prima volta che lanciava l’allarme: lo aveva fatto già qualche tempo prima, sia con i propri studi che con la pubblicazione di un libro. E adesso ci riprovava ora, scrivendo, con toni allarmistici: “Gli alcaloidi contenuti nel tabacco, masticato, fiutato, o fumato, sono estremamente velenosi. Chi lo mastica assorbe una piccola quantità dell’alcaloide nicotina, così velenoso che la quantità di essa contenuta in un sigaro sarebbe sufficiente (se data pura, aveva specificato in precedenza, nda) per uccidere due uomini e i fumatori assorbono nella saliva e nelle mucose della bocca piccole quantità di una varietà di alcali velenosi non meno fatali per la vita della nicotina”. Drysdale quindi, pur parlando della nicotina come di quella sostanza del tabacco che lo rende “al tempo stesso così amabile e così pericoloso per la salute” – e anticipando così gli effetti di dipendenza su cui Charles Everett Koop si sarebbe concentrato nel 1988 - non trascurava l’esistenza nel fumo di altre sostanze tossiche per la salute. Gli effetti da lui descritti per chi fumava, o masticava tabacco, erano: raucedine, scurimento dei denti, alterazioni delle palpitazioni del cuore, rigonfiamento delle gengive, irritazione della bocca e cancro. Ma non credeva immuni nemmeno i fumatori passivi, scrivendo: “Le donne che aspettano nelle sale da bar pubbliche e nei fumoir, anche se non fumano esse stesse, non possono evitare l'avvelenamento causato dall’inalazione continua del fumo”. Come la storia ci ha insegnato, la consapevolezza dei danni del fumo sarebbe arrivata molto dopo, a dispetto degli allarmi lanciati da personalità come Drysdale, che non esitò a definire quella del tabacco: “una delle più evidenti di tutte le influenze retrograde dei nostri tempi”. (dailywired.it)

''Arriva l'iPhone low cost'', la parodia

Ciris è una versione economica dell'iPhone: 50 pixel di risoluzione e nessuna applicazione, eccetto il vecchio gioco per telefonini ''snake''. Le altre periferiche? Si connettono utilizzando un laccio. La parodia del lancio
 del finto smartphone su YouTube


 

venerdì 27 settembre 2013

Essere qualcuno

Prendi me, – le dissi. – Anch’io da ragazzo studiavo le scienze. E non sono diventato nessuno.-
-Cosa dici? Tu hai la laurea, sei professore. Vorrei saper io le cose che sai.
-Esser qualcuno è un’altra cosa, – dissi piano – Non te l’immagini nemmeno. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli come se gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. Non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare degli anni, bisogna morire. Poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno.
Cesare Pavese

Europa dal 1000 d.C. a oggi

mercoledì 25 settembre 2013

La bestemmia e la grammatica

Apertura straordinaria del nuovo bici park di Santa Maria Novella

In occasione dei mondiali di ciclismo, per facilitare le esigenze di mobilità di cittadini, viaggiatori e turisti, Grandi Stazioni ha aperto in via straordinaria durante i Mondiali di Ciclismo , il nuovo parcheggio bici interrato della Stazione di Santa Maria Novella.
 
Realizzata sopra l’area del parcheggio esistente, la struttura è una grande opera di carpenteria metallica prodotta totalmente in Italia. L’area, ancorata attraverso tiranti alla Piazza sovrastante, è arredata con stalli in acciaio a doppio piano di carico, prodotti anch’essi totalmente in Italia, che uniscono estrema facilità di utilizzo a maggiore disponibilità di parcheggio. Circa 800 posti bici, contro i 150 esistenti nella stessa area. Il nuovo spazio di sosta risolverà l’esigenza di parcheggio di bici che vengono collocate disordinatamente nelle piazze e nelle strade limitrofe alla stazione.
 
In attesa del termine della costruzione della rampa di accesso dedicata, l’ingresso al bici park rimane come oggi dalla galleria commerciale di Firenze Parcheggi, tramite le rampe di via Alamanni. 
 
I lavori di costruzione della rampa dedicata riprenderanno il 30 settembre e, al termine dei collaudi, la struttura tornerà di nuovo completamente a disposizione della Città.
 
Si ricorda che il bici park è gratuito e aperto per i Mondiali di Ciclismo con orario non stop, dal 22 al 29 settembre.
 
Proseguono anche i lavori per le opere esterne: sono in corso gli interventi su Piazza della Stazione per la realizzazione di una zona per il kiss&ride ed il rifacimento delle aree a verde e dei percorsi carrabili e pedonali. 
 
Sono in corso anche i lavori su Piazza della Stazione lato via Valfonda per il rifacimento della pavimentazione e dei marciapiedi e della zona ex pensilina Toraldo di Francia. 
 
Nell’area prospiciente Piazza Adua sarà realizzato un nuovo parcheggio a raso con il rifacimento completo del piano stradale.
 
Tutti gli interventi verranno completati entro il prossimo autunno 2013. 

martedì 24 settembre 2013

Vanta el nono

Vanta el nono: sostieni il nonno altrimenti cade. Lo si dice prendendo in giro il vecchietto "ammorbidito" dagli anni, che sta barcollando dal sonno o che, camminando, prosegue a zig zag mezzo ubriaco. Deriva da una famosa barzelletta. "C'era una volta un vecchio attorno a della gente. Stava seduto mezzo moribondo ad una sedia pendendo verso destra. Preoccupati, lo misero dritto. Il nonno comincia a cadere verso sinistra e gli altri: "Vanta el nono!" mettendolo di nuovo dritto. E ancora verso destra: "Vanta el nono!" Alla fine il nonno si rese lucido esclamando "Ma me assè scoresar, si o no?" (lett. Ma mi lasciate scoreggiare, si o no?)". Fa molto ridere quando questa frase la dicono il gruppetto di gondolieri rivolgendosi al classico vecchio americano magrissimo, altissimo e ricchissimo che avanza tremolante pieno di macchie sul viso e il cappellone da cow boy.
Fonte: http://www.venessia.com

"Il Sudtirol non è più Italia"

Eva Klotz, la pasionaria dell'irredentismo sudtirolese, figlia del dinamitardo Georg, in questo video elettorale simula il distacco dell'Alto Adige dall'Italia e il giorno della proclamazione dell'indipendenza. Klotz oggi guida un partito apertamente secessionista, Suedtiroler Freiheit, che punta tutto su manifesti e messaggi apertamente anti-italiani. Avete presente le immagini del crollo del muro di Berlino? I tedeschi dell'est e dell'ovest che festeggiano felici per le strade? Eva Klotz, la pasionaria dell'irredentismo sudtirolese, figlia del dinamitardo Georg, si è sicuramente ispirata al 1989 per questo video elettorale che simula il distacco dell'Alto Adige dall'Italia e il giorno della proclamazione dell'indipendenza. Eva Klotz oggi guida un partito apertamente secessionista, Suedtiroler Freiheit, che punta tutto su manifesti e messaggi apertamente anti-italiani. Nel video, una massaia sente la notizia alla radio, ed esce di casa urlando di gioia; la tv interrompre la programmazione per dare "un annuncio storico"; la gente esce in strada festeggiando e cantando, manco si fosse liberata di Ceaucescu . E una ragazza in dirndl (il tipo costume tirolese) dice gongolando, in italiano: "Non sono più italiana". Aggiungendo in tedesco: "Ich freue mich" (e sono contenta).

lunedì 23 settembre 2013

Auto, Dekra propone revisioni annuali dopo i 10 anni di vita

Revisioni obbligatorie annuali dopo il decimo anno di vita per i veicoli su strada; corsi superiori di guida sicura per i giovani, obbligatori per i neo patentati; sostegno pubblico all'uso di sistemi tecnologici per la sicurezza come il radar anticollisione o il sistema salva cambio di corsia e valutazione se renderli obbligatori. Sono queste le tre proposte avanzate alle istituzioni da Marco Mauri, country chief officer di Dekra Italia, in occasione della presentazione del Rapporto sulla sicurezza stradale 2013. 
 All'incontro ha preso parte anche il sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti Rocco Girlanda che ha precisato come ''la tecnologia non sia sufficiente ad elevare il livello di sicurezza se non si combina con la componente umana''. Anzi, ''una recente ricerca ha dimostrato come la percentuale di utenti che ha difficoltà a padroneggiare i dispositivi, soprattutto elettronici, di sicurezza sia molto più alta di quanto ci si attenderebbe''. Per Girlanda ''sono quindi necessarie campagne di educazione e informazione, costanti. Promosse non solo dal Ministero, ma anche dalle case automobilistiche''. Michele Meta, presidente della commissione Trasporti della Camera si è invece impegnato a lavorare per la ''realizzazione entro sei mesi della riforma del Codice della Strada'' e ha sottolineato la necessità di ''superare il vincolo di spesa'' sulla sicurezza ''perché è un controsenso, visto che i costi degli incidenti stradali equivalgono a circa un punto e mezzo di Pil e le risorse investite vengono certamente ripagati con gli interessi''. Dello stesso avviso il presidente della commissione Trasporti del Senato, Altero Matteoli, che ha evidenziato il bisogno di un approccio diverso da parte dei ministeri economici ai vincoli di spesa su infrastrutture, trasporti e sicurezza. L'ex ministro ha quindi chiesto ''un maggiore impegno sulla formazione sia in ambito della sicurezza nelle scuole, che nei corsi di guida sicura, ma soprattutto un'attenzione da parte delle famiglie sui comportamenti dei figli'', richiamando i genitori a una ''precisa assunzione di responsabilità''

133.78 chilometri all'ora in bicicletta

Il ciclista olandese Sebastiaan Bower ha stabilito nel deserto del Nevada il record di velocità in bicicletta volando a 133.78 chilometri all'ora, e superando il precedente primato del canadese Sam Whittingham di soli 0,6 chilometri all'ora

domenica 22 settembre 2013

Spaventapasseri da Oscar per un mondo migliore

Un cortometraggio animato e un gioco per incoraggiare persone e aziende a fare scelte alimentari più etiche. La catena di ristoranti messicana Chipotle - che sostiene metodi di coltivazione e di allevamento più sani, schierandosi contro la produzione di organismi geneticamente modificati - ha pubblicato uno spot di sensibilizzazione, diventato virale in poche ore. La realizzazione del corto è stata affidata al Moonbot Studios, che nel 2012 l'Oscar per il miglior corto d'animazione con "The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore". Lo spaventapasseri protagonista del video è un servo dei corvi robotizzati che dominano la produzione alimentare della città di Plenty: è costretto a vedere da vicino un sistema che non rispetta né gli animali né i terreni. In questo scenario desolante, la vista di un peperoncino rosso cresciuto spontaneamente in un sito arido lo spinge a "coltivare un mondo migliore". La colonna sonora del mini-film è un remake del brano "Pure imagination" tratto dal classico del 1971 "Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato" ed è cantata da Fiona Apple.

"In the rain", Gianna Nannini

Si intitola "In the rain" il nuovo video di Gianna Nannini, che vi presentiamo in anteprima. Girato a Bangkok, diretto da Kal Karman, con interpreti non professionisti, protagonista è una delle "sex worker" thailandesi ripresa nei momenti della sua giornata. Un contrasto tra lo squallore del lavoro e un privato fatto di cartoni animati, pupazzi, canali musicali. Un racconto che vuole essere una riflessione sul rispetto nei confronti delle donne. “Vorrei che colpisse la malinconia che evoca - dice Gianna Nannini - l’approccio che hai guardandolo, lo stato d’animo che suscita”.

sabato 21 settembre 2013

Venezia: la nuova vita dell’ex caserma Manin

Un po’ residenza universitaria a prezzo “politico”: 106 dei 255 posti letto sono assegnati sulla base delle graduatorie Esu, a 110 euro al mese. Un po’ (quanto, si vedrà) residenza per ricercatori e studiosi ospiti delle università. Un po’ residence alberghiero per studenti economicamente più fortunati, che possono pagare 330-370 euro al mese a testa. E un po’ albergo. Anzi, nei due mesi estivi di luglio e agosto, solo albergo, con i turisti che c’è da credere faranno presto a gara per accaparrarsi una stanza nel cuore di Venezia a 45 euro a testa. Poi cortile, caffetteria e sala ristorante, sala video e musica e mini sala giochi aperta a tutti. A sancire questo mix studenti-turisti lo strillo in home page di We-crociferi.it, la società che gestisce la struttura: «Youth factory & accommodations. Una bella novità per studenti e viaggiatori».
È la nuova vita dell’ex caserma Manin: già convento dei Crociferi, poi collegio dei Gesuiti, sede dell’Accademia dei Chirurghi, Scola dei Passamaneri e dei Sartori, scuola e, infine, caserma militare di francesi, austriaci, italiani, da decenni “buco nero” e, ora, Residenza universitaria Crociferi, inaugurata ieri dalla ministra per Università Maria Chiara Carrozza, su progetto della Fondazione IuaV, con fondi in gran parte pubblici. «È bello inaugurare una residenza universitaria», ha sottolineato la ministra Carrozza, «in Italia non dobbiamo certo aprire nuove università - basta - ma incentivare residenze studentesche che hanno grande valore sociale. Qui il 60% dei posti letto è dedicato al diritto allo studio e c’è un’interessante mescolanza con la città: dalle persone che vivono e studiamo insieme, dall’incontro di diverse culture e saperi, nascono grandi ricchezze per la società. Mi auguro che da qui nasca una nuova generazione capace di salvare questa nostra povera Italia». «Avere studenti che risiedono nel luogo dove studiano è un modo per creare nuovi veneziani», commenta Marino Folin, presidente della Fondazione, «questa è una residenza, non un dormitorio, e fa parte del tessuto della città, con strutture come caffetteria e cortile aperti a tutti. Un intervento che dimostra come si possa recuperare il “vecchio” in modo moderno». E i turisti? «Solo in assenza di studenti, d’estate e solo per garantire i fondi per la gestione». «Quest’intervento è la dimostrazione di come sia possibile un’azione di vera rigenerazione su scala urbana», sottolinea la sovrintendente Codello, «come già per l’Accademia di Belle arti, i nuovi spazi espositivi dell’Accademia. Qui vivranno centinaia di studenti, capaci di germogliare in tanti modi». «Una residenza anche per ricercatori, un restauro conservativo che dà un segno di utilità per la città», chiosa il rettore Amerigo Restucci, «si raggiungono successi quando le istituzioni si mettono in ascolto tra loro». «Questa è la direzione vincente per la città», ha concluso il sindaco Orsoni, «l’universitario non è il “nemico” che fa aumentare l’affitto e il mercato irregolare sottraendo case ai residenti, ma persone che vivono, studiano, lavorano in città, una realtà che può far crescere nuovi cittadini. Spero presto in altri progetti a San Giobbe e a Santa Marta. In questa parte di città, con il vicino Foscarini, si è creato un polo dell’istruzione da grande città».

«Complichiamo la vita ai ladri di biciclette»

«Complichiamo la vita ai ladri di biciclette». Si intitola così la campagna lanciata dalla Fiab Amici della bicicletta, a livello nazionale, presentata martedì a Mestre nell’ambito della settimana europea della Mobilità. Quello dei furti di biciclette è un fenomeno che non conosce freni ma il numero di quanti denunciano è sicuramente basso rispetto al reale numero di furti. La Fiab, con un questionario, punta a fornire dei dati il più possibile reali di un fenomeno che a Mestre ha visto tra le vittime anche il presidente della Municipalità Massimo Venturini (due bici rubate in pochi giorni).
Fermare i furti è sempre difficile, ma ci sono alcune prassi e regole di comportamento che possono rendere loro la vita difficile. Ed ecco allora la campagna con undici consigli pratici agli utilizzatori delle due ruote, gli stessi che dovrebbero tenere a mente nel centro di Mestre le norme del codice della Strada, evitando di sfrecciare sulle loro bici in particolare nelle zone pedonali: dai sottoportici di via Poerio a quelli di Corso del Popolo, passando per la affollata piazza Ferretto.
Ma torniamo ai consigli: la bici quando viene parcheggiata va sempre chiusa e lasciata in posti frequentati. Evitare di utilizzare in città bici con ruote e selle a sgancio rapido. La chiusura va scelta pesante, con catene a maglia quadrata e archetti di buona qualità. Costano di più ma si fa fatica a tagliarle. L’archetto, continuano dalla Fiab, deve allacciare la ruota anteriore e il telaio ad una rallestrelliera o palo, saldamente ancorati al terreno. Evitare invece di utilizzare le ringhiere che circondano i monumenti. Se si lascia la bici parcheggiata in un luogo a rischio meglio utilizzare anche una seconda chiusura per ancorare telaio e ruota posteriore. Utili sono anche i lucchetti circolari, da posizionare sulla ruota posteriore. Sono utilizzabili in particolare per le brevi soste davanti ai negozi. Occorre ricordare poi chiudere la bicicletta anche quando la si lascia parcheggiata nei cortili.
Per rendere più facile il riconoscimento della propria bici, in caso di furto, è buona prassi tenere in casa una fotografia del mezzo e di eventuali segni come adesivi e abrasioni e annotare pure il codice che molte case produttrici incidono sotto la pedaliera. Altra precauzione, molto utile, è la punzonatura sul telaio del codice fiscale del proprietario. Un sistema di identificazione che tra Mestre e Lido utilizzano già 2.200 persone e che viene riproposto mercoledì davanti al Municipio da Av: servizio gratuito dalle 10 alle 14. La Fiab invita a denunciare sempre i furti e in caso di acquisto di mezzi usati, invita ad evitare di acquistare le due ruote rubate perché si tratta di ricettazione.
(Mitia Chiarin - La Nuova Venezia)

venerdì 20 settembre 2013

“Into the Wild”, il vero epilogo?

Sono passati circa 21 anni da quando, il 6 settembre 1992, fu ritrovato in un vecchio bus arrugginito il corpo di Christopher McCandless, un ragazzo di 24 anni che dopo essersi laureato in storia alla Emory University di Atlanta, in Georgia, decise di passare del tempo da solo, senza soldi e vivendo con ciò che avrebbe trovato in natura. Nell’agosto del 1992 McCandless – la cui storia è stata poi raccontata da un libro e da un film, Into The Wild - si trovava in Alaska già da tre mesi: aveva abbandonato la sua macchina dopo un acquazzone che ne aveva danneggiato il motore ed era arrivato in autostop fino al parco nazionale di Dengali, circa 380 chilometri a nord di Anchorage.
Il 6 settembre 1992 alcuni cacciatori di alci trovarono questo biglietto attaccato alla porta di un vecchio bus abbandonato, usato a volte come bivacco dai cacciatori della zona:


Da alcune annotazioni piuttosto confuse dal suo diario, si scoprì che al momento del ritrovamento McCandless era già morto da diciannove giorni. Una patente di guida trovata accanto al suo corpo indicava che otto mesi prima, quando rinnovò il documento, pesava circa 63 chili. Al momento della morte ne pesava più o meno trenta.
Nel 1993, lo scrittore e alpinista americano Jon Krakauer scrisse un lungo articolo sulla storia di McCandless per la rivista Outside. L’articolo divenne la base per un libro, che Krakauer pubblicò nel 1996 e che ebbe un grandissimo successo. Nel 2007 il libro fu trasposto in un film anch’esso di grande successo, intitolato Into the Wild, diretto e sceneggiato da Sean Penn.
L’autopsia effettuata sul cadavere di McCandless stabilì che era morto per inedia, cioè per gravissima malnutrizione, ma Krakauer non ne era convinto: nel diario dell’uomo infatti era riportato, sotto la data del 30 luglio, un appunto che diceva:

Nel 1993 Krakauer visitò il bus dove era morto McCandless e raccolse alcuni semi di un particolare tipo di pianta selvatica, la Hedysarum alpinum, che era presente in grande quantità lì vicino. Krakauer la fece poi analizzare da Thomas Clausen, un professore di biochimica nella vicina università di Fairbanks: le prime analisi trovarono che i semi contenevano un tipo non identificato di alcaloide, una sostanza organica molto basica che – se presa in dosi massicce – può risultare velenosa. Krakauer lo scrisse nel libro, ma poco dopo Clausen lo informò che un esame più approfondito non aveva rivelato la presenza di alcaloidi né di tossine. Il professor Clausen disse allo scrittore che avrebbe potuto mangiare i semi lui stesso e non soffrire di alcuna conseguenza.
Krakauer sapeva anche che vicino al bus dove morì McCandless esisteva una pianta velenosa con semi molto simili a quelli della patata selvatica, e cioè la Hedysarum mackenzii, un tipo di pisello selvatico: ma McCandless era in possesso di un manuale di botanica, Tanaina Plantlore Dena’ina K’et’una: An Ethnobotany of the Dena’ina Indians of Southcentral Alaska, scritto da Priscilla Russell Kari, che descriveva con precisione come distinguere i due semi, e perciò non credeva che McCandless si potesse essere sbagliato.
Krakauer non fu mai persuaso delle analisi compiute da Clausen e negli anni è sempre rimasto convinto che McCandless morì per colpa dei semi della patata selvatica, come aveva scritto nel suo diario. Alla fine del 2012 però, come ha scritto in un recente articolo sul New Yorker, Krakauer lesse un saggio di Ronald Hamilton, uno scrittore americano, che supportava la sua tesi riguardo la morte di McCandless. Hamilton racconta che nel leggere il libro di Krakauer si ricordò di una vicenda di cui aveva letto anni prima, riguardo alcune strane morti avvenute durante la Seconda guerra mondiale nel campo di concentramento di Vapniarca, in Ucraina.
Nel saggio, scritto sulla base di documenti in possesso di un parente di uno fra i gestori del campo, Hamilton scrive che a Vapniarca, dove erano tenuti prigionieri moltissimi ebrei provenienti dalla vicina Romania, un ufficiale aveva cominciato a produrre del pane con i semi di un pisello selvatico: in quei mesi il dottore del campo, Arthur Kessler, si accorse che molti dei prigionieri avevano perso molto peso e che alcuni avevano cominciato ad utilizzare bastoni come stampelle rudimentali, avendo difficoltà a reggersi in piedi. Kessler scoprì che i prigionieri soffrivano di latirismo, una malattia neurologica causata dell’amminoacido β-N-Oxalyl-L-α,β-diaminopropionico (spesso abbreviato in ODAP), e che colpisce soprattutto gli uomini giovani fra i 15 e i 25 anni che assumono poche calorie e fanno molta attività fisica. Nel 2004, Hamilton fece analizzare a un assistente universitario di chimica dell’università dell’Indiana sia la pianta della patata che i semi del pisello selvatici ritrovati vicino al bus, e le analisi indicarono che con molta probabilità in entrambe le piante erano presenti tracce di ODAP: non fu però possibile fare ulteriori esami, poiché erano necessari strumenti a cui l’assistente universitario contattato da Hamilton non aveva accesso.
Nel dicembre del 2012 Krakauer, dopo aver letto il saggio di Hamilton, fece finalmente analizzare i semi delle due piante da un laboratorio più attrezzato ad Ann Arbor, nel Michigan, con la specifica indicazione di cercare tracce di ODAP: Craig Larner, il chimico autore delle analisi, ha detto a Krakauer che entrambi i tipi di semi contengono circa lo 0,4 per cento di ODAP, una concentrazione che può provocare il latirismo. Krakauer ha quindi dedotto che la sua ipotesi può dirsi corretta: McCandless ha con tutta probabilità evitato i semi del pisello selvatico grazie alle indicazioni del suo manuale di botanica, ma non poteva sapere che anche quelli della patata erano velenosi allo stesso modo.
Se avesse evitato di mangiare quei semi, McCandless potrebbe essere ancora vivo, conclude Krakauer: avrebbe compiuto 46 anni il prossimo 12 febbraio. (ilpost.it)

Save my sister

Dopo lo stillicidio di episodi nei confronti delle donne in India ecco l'anello anti-stupri: si chiama ''woman sting'' perché in cima ha un 'pungiglione', un micro ago, collegato a un piccolo serbatoio che inietta capsaicina, composto chimico presente nel peperoncino. L'anello per l'autodifesa è stato presentato a Bangalore nell'ambito della campagna: ''Save my sister'' (''Salva mia sorella'') e all'indomani della condanna dei 4 uomini che nel dicembre scorso, a Nuova Delhi, stuprarono fino a provocarne la morte una studentessa di 23 anni. 

giovedì 19 settembre 2013

YotaPhone, lo smartphone con due schermi

Vladislav Martynov è sicuramente uno con le idee chiare. Dalla sua Russia, si è messo in testa di cambiare il mercato degli smartphone con il suo YotaPhone, un cellulare sicuramente unico nel suo genere. CES a Las Vegas, Mobile World Congress a Barcellona, IFA di Berlino: Yota ha coperto tutte le maggiori fiere di consumer electronics del pianeta e si è anche vista assegnare il Golden Lion Award al Cannes Lions International Festival of Creativity. Lo YotaPhone è un prodotto interessante (avevamo visto il primo prototipo già al MWC) e l'idea che vi sta dietro lo è forse ancora di più: perché avere uno schermo solo quando se ne possono avere due e per di più diversi? 
Lo smartphone di Yota (che è l'esordio per l'azienda nel mercato dei cellulari, dopo aver lavorato nelle TLC) monta infatti uno schermo principale in LCD (da 4,3") e uno EPD sul retro della scocca: Electronic Paper Display, l'inchiostro digitale, come quello di un Kindle, per capirsi. Il telefono girerà con Android 4.2 Jelly Bean, è pronto per il mercato e dovrebbe costare attorno ai 500 euro. Perché costruire un cellulare così? I motivi sono due, e molto semplici: in primis, alcune cose si possono fare anche in bianco e nero, soprattutto per risparmiare autonomia. A Martynov non manca di certo la schiettezza: "Non mi piacciono i cellulari che ci sono ora sul mercato per un motivo preciso: il consumo della batteria. Ogni Android ti mostra quali componenti consumano di più energia: si tratta quasi sempre dello schermo, responsabile fino al 70% del consumo totale. La soluzione è l'electronic paper display, su cui spostare alcune funzioni", ci ha raccontato il CEO russo

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Ecco cosa ci detto del suo YotaPhone: 
 Come avete strizzato sostanzialmente due cellulari dentro un telefono non cosi spesso? "Tutto merito dei nostri tecnici: abbiamo un team di ingegneri molto talentuosi di base in Finlandia. Hanno tutti un passato in Nokia e più di 20 anni di esperienza. Hanno fatto un ottimo lavoro, sperando alcune sfide tecniche, come quella di sistemare l'antenna sul lato invece che nel sandwich dei due display".

 Chi è il vostro pubblico di riferimento? Saranno gli utenti comuni o i businessman a comprare lo YotaPhone? "Potenzialmente chiunque: ci potrebbero essere gli user di Facebook e di Twitter perché sullo schermo EPD puoi tenere i feed di questi social network e controllarli in tempo reale solo guardando il retro dello schermo. Allo stesso tempo, lo YotaPhone potrebbe interessare a quelle persone che leggono molto e lavorano molto con i documenti. Lo schermo consente di consumare molta meno energia, il che si traduce in un risparmio di energia che fa durare la batteria molto di più. Perfetto per leggere o lavorare. Se invece usi molto le mail, puoi tenere la casella di posta sul retro e guardare le mail in qualsiasi momento, a flusso continuo. Se sei un brooker di borsa, invece, puoi tenere sul display EPD l'andamento dei tuoi titoli azionari e controllarlo senza dover svegliare il telefono ogni volta che vuoi leggere queste informazioni. Lo YotaPhone può anche diventare il tuo assistente personale, fungendo da agenda sempre attiva con cui controllare impegni e cose simili".

 Ma quanto dura davvero la batteria? "Circa tre o quattro volte di più, se leggi qualcosa sullo schermo EPD anziché che su quello LCD". 

 Perché inventare uno smartphone double screen e non puntare su un solo schermo EPD? Non si poteva avere un display a inchiostro elettronico che reggesse anche le funzioni canoniche di uno smartphone? "Mettendo solo un display EPD avremmo costretto gli utenti a delle limitazioni. Non volevamo tornare indietro rispetto alla user experience che è al momento disponibile sugli schermi LCD: l'inchiostro elettronico non duplica o sostituisce l'LCD, anche se porta sugli smartphone qualche nuova e fresca possibilità d'uso. 

Perché rinunciare ai videogiochi, a YouTube o ai film, ad esempio? Il nostro obiettivo è dare agli utenti qualcosa in più rispetto a quello che hanno già, togliendo però alcuni limiti. Ad esempio, se stai leggendo un ebook e c'è una nota a piè di pagina che spiega una parola, non devi lasciare la pagina per andare sul glossario, come sul Kindle. Con YotaPhone, puoi girare il telefono e vedere il significato sull'altro schermo, perché il software riconosce la pagina su cui ti trovi sul display EPD e ti mostra le note dall'altra parte. Ecco una cosa semplice che non si potrebbe fare solo con uno schermo". 

 Ma lo schermo EPC è touch? "C'è un'area touch in basso, che consente di fare un minimo di navigazione come scrollare le pagine, ma il display non è touch interattivo come un LCD, per gli stessi motivi di cui parlavamo prima: se vuoi quel tipo di funzioni, hai lo schermo a colori sull'altro lato del telefono. Nella seconda generazione dello YotaPhone, invece, avremo il full touch anche dietro". 

 Stai dicendo che state già lavorando su una seconda versione del telefono? "Certo. Abbiamo lavorato sul prototipo dello YotaPhone per tre anni, ancora prima che l'azienda venisse creata per davvero. Abbiamo sempre avuto un dubbio: tutti si chiedevano se la nostra fosse una buona idea. Noi ci abbiamo sempre creduto e il CES di Las Vegas è stato davvero il punto di svolta. Là abbiamo avuto moltissimi feedback positivi e dopo la fiera eravamo ancora più convinti che questo è quello di cui gli utenti hanno bisogno. Siamo ancora un'azienda piccola, rispetto ai competitor. Per questo per noi è importante essere presenti in quanti più mercati possibile. E siamo pronti". 

 Convincerete il pubblico a comprare un telefono con due display? "Il mercato degli smartphone è dominato dai grandi brand. Loro non si focalizzano sugli utenti e sui loro usi, ma sui guadagni. Per questo motivo, puntano sugli avanzamanenti tecnici, ma non cambiano molto la user experience. È marketing, come i megapixel. Lavorare in questo senso è più facile, e semplice da realizzare. La macchina del marketing fa il lavaggio del cervello ai consumatori. Per questo penso che avremo una possibilità".


 

Fonte: Wired.it 

2014 :Bibione spiaggia senza fumo

Sarà quella di Bibione la prima spiaggia italiana a bandire il fumo dall'arenile. I tabagisti, ha annunciato il sindaco di San Michele al Tagliamento, Pasqualino Codognotto, saranno 'spostati' negli ombrelloni a monte dell'arenile, lasciando la parte a ridosso del mare libera dal fumo di sigarette. «Bibione - ha detto il sindaco, intervenendo ad un dibattito sul tema 'tabacco e salute' - vuol diventare una spiaggia del benessere e saremo i primi in Italia, se non addirittura in Europa, a bandire il fumo. 
Nel 2002 abbiamo ottenuto la certificazione ambientale Emas per la località e nel 2012 per l'intero comune; abbiamo ricevuto 22 bandiere blu, ci sono zone naturalistiche protette, le terme, nove punti di primo soccorso in spiaggia. Ora andremo oltre». Già nel 2012 c'era stata una sperimentazione con alcune aree di spiaggia vietate al fumo. Una novità che, in un sondaggio tra gli ospiti della località, aveva riscosso il 92% dei consensi. Il vice sindaco, Gianni Carrer, ha portato alcuni dati sull'impatto dei tabagisti nel totale dei turisti (quasi 6 milioni le presenze annue) che scelgono il mare di Bibione. «Sulla base della percentuale di fumatori in Italia - ha detto - abbiamo calcolato che a Bibione vi siano circa 20 mila fumatori giornalieri; ogni giorno vengono consumate circa 100 mila sigarette. Si stima inoltre che in una estate vengano 'bruciate' 25 milioni di sigarette solo in questa località».
LaNuova Venezia

mercoledì 18 settembre 2013

Sabrina Impacciatore e il western più corto della storia

Un duello, un cavallo troppo alto, una fuga in pony. Sabrina Impacciatore è la protagonista del "western più corto della storia": è il trailer, che vi presentiamo in anteprima, del Raindance Film Festival di Londra (al via il 25 settembre) girato dall'italiano Giovanni La Parola.

L’invecchiamento è impercettibile

“Danielle” è un video di Anthony Cerniello in cui si mostra, attraverso mutamenti quasi impercettibili, l’invecchiamento del viso di una bambina, fino alla sua trasformazione in quello di una donna anziana. Spiega l’autore che il lavoro è stato costruito a partire dal volto di una sua amica, Danielle appunto, e le fotografie di cugini e parenti della ragazza. Dopo aver fatto la scansione di diverse foto singole delle diverse persone, Cerniello ha cercato le somiglianze nella struttura ossea delle donne e ha creato poi uno slow morph delle immagini (il morphing è la trasformazione fluida, graduale e senza soluzione di continuità tra due immagini di forma diversa) con Adobe After Effects. Ha poi assunto una squadra di animatori per aggiungere i movimenti delle palpebre, della bocca e del collo. Le discontinuità tra le capigliature e i toni della pelle sono state rese omogenee e infine è stata montata la musica.

martedì 17 settembre 2013

Hemingway + Piave: le origini di una poetica

Fotografie, mappe, oggetti e pannelli per ricostruire e documentare la presenza del grande scrittore americano Ernest Hemingway nella zona a ridosso del Piave, nel Trevigiano, nel periodo della Grande Guerra. È la proposta fino al 24 maggio 2015 al Park hotel Villa Fiorita di Monastier, organizzatore dell'evento, e curata dal Consorzio Marca Treviso in collaborazione con la Provincia di Treviso, nell'ambito delle iniziative per il centesimo anniversario della Prima guerra mondiale. Hemingway, aggregato all'esercito americano, operò nell'area del Basso Piave per alcune settimane nell'estate del 1918, trovando ispirazione, secondo gli studiosi, per il suo romanzo più noto, "Addio alle armi".
 Fra gli elementi che puntano a ricostruire la figura di Hemingway è stata anche elaborata una lista di cocktail scelti fra quelli preferiti dallo scrittore nella sua permanenza in Italia. «Ernest Hemingway+Piave, origine di una poetica» è il titolo della mostra: a Monastier peraltro sorgeva la scuola elementare in cui il giovane ausiliario della American Red Cross trovò soccorso dopo essere stato ferito a Fossalta.
In particolare, nell’ambito del percorso espositivo fotografico ci sarà un angolo sensoriale dedicato alla presentazione dei Vini Venezia e alla degustazione delle diverse declinazioni del Raboso del Piave nel quale il Raboso passito sarà abbinato ad assaggi di cioccolata. La Mostra parte dalla constatazione di quanto i luoghi siano importanti nell’opera dello scrittore e nella costruzione della sua poetica. In quest’ottica, il percorso espositivo può contribuire a tramandare la memoria di ciò che è stata la Grande Guerra a Monastier e nel Basso Piave, a beneficio sia degli abitanti della zona sia di chi arriva come turista. La Mostra permette di ricordare la presenza in questi luoghi di Ernest Hemingway, uno dei massimi scrittori del Novecento, che nel Basso Piave, in particolare tra Fornaci, San Pietro Novello e Fossalta, ha operato come membro della American Red Cross ed è stato ferito. Una presenza continua e non episodica, che merita di essere approfondita. La Mostra inoltre può contribuire alla valorizzazione del territorio con le sue bellezze paesaggistiche, storiche ed architettoniche, i suoi prodotti tipici come il vino, in particolare il Raboso del Piave tra i preferiti di Hemingway, stimolandone una duplice conoscenza: letteraria, all’interno delle opere di Hemingway, e turistica tramite la visita personale ai luoghi teatro delle operazioni belliche che Hemingway ha trasferito nelle sue opere con straordinaria abilità.
Il senso della Mostra
Ci sono delle singolari coincidenze tra quanto raccontato nella mostra “ HEMINGWAY + PIAVE, Le origini di una poetica”e la realtà attuale del territorio. Un giovane americano, destinato a diventare un famosissimo scrittore, attraversa l’oceano per cercare la vita: la trova e la sperimenta nella sua inebriante pienezza attraverso le esperienze drammatiche della soff erenza, della morte, dell’amore travolgente e negato. Ma scopre anche un mondo accogliente fatto di residenze antiche e di felice ospitalità, di paesaggi rari e di relazioni limpide e durature, di acque e di campagne assolate, tanto da imporre allo scrittore ripetuti ritorni nei luoghi per ritrovare le proprie origini spirituali. I luoghi sono davanti a noi: Monastier, Fossalta di Piave, il fi ume, i canali, le barene, l’orizzonte velato del Grappa. Hemingway scrittore è davvero nato qui, qui ha trovato ospitalità ed aff etti, qui ha costruito la propria identità nelle ferite delle armi e del cuore. Oggi esattamente dove il giovane Ernest si aggirava animato di vita ci sono strutture di ospitalità, luoghi dedicati alla cura e alla salute: tutto eccezionalmente e fficiente e quali cato, ma sempre simile al passato nella capacità di accogliere e impressionare nell’anima. Il Gruppo SOGEDIN, che è l’interprete organizzativo di questa rinnovata off erta di vitalità, ha deciso di attuare, sostenere e di ospitare questa mostra. L’obiettivo di questa scelta è off rire al pubblico internazionale, al convegnista, al turista e a tutti gli ospiti dell’albergo un valore aggiunto , ovvero la possibilità di trovare nello sguardo giovanile di Hemingway quelle piccole parti di vita che rendono il soggiorno a Monastier, quale che sia il motivo, un’esperienza grati ficante ed illuminante, una speciale porta emotiva per meglio comprendere Venezia e il Veneto.

Vajont 1963 - 2013, lo speciale con il memoriale delle vittime

Si intitola Vajont 1963-2013. E' lo speciale multimediale che il Corriere delle Alpi e Messaggero Veneto hanno realizzato in occasione del cinquantenario del disastro in cui persero la vita 1.910 persone. Ci sono video-testimonianze, foto, articoli d'epoca, articoli appena usciti, animazioni, documenti, dati scaricabili. Soprattutto, c'è un memoriale delle vittime: un database di 1.910 schede dove ricostruire la vita di ognuna di loro, grazie al vostro intervento. Se avete ricordi, notizie o documenti legati ai morti del Vajont, entrate nel memoriale e lasciate il vostro contributo. Aiutateci a creare un monumento in continua evoluzione fatto insieme da tutti noi.

lunedì 16 settembre 2013

Certe persone

Guarda certe persone: sono infelici perché hanno fatto compromessi su ogni punto,e non possono perdonarsi di aver fatto quei compromessi. Sanno che avrebbero potuto osare di più, e invece hanno dimostrato di essere dei vigliacchi. Hanno perso valore ai loro stessi occhi, hanno perso il rispetto di se stessi. Ecco cosa fa il compromesso


Osho

Attività fisica, quando ci vuole il certificato

 State per iscrivervi in palestra o in piscina? Sappiate che da quest'anno non è più necessario il certificato medico di buona salute. È invece obbligatorio farselo rilasciare per i vostri figli se partecipano ad attività parascolastiche organizzate al di fuori dell'orario curricolare, senza che sia necessario, tuttavia, eseguire esami medici più approfonditi, a meno che il pediatra o il medico di famiglia non lo ritenga opportuno. È quanto prevedono le nuove norme entrate in vigore a fine agosto che aboliscono l'obbligo del certificato medico di idoneità per l'attività ludico-motoria e amatoriale, mantenendolo, invece, in caso di attività sportiva non agonistica (guarda).

QUANDO SERVE - Ma qual è la differenza tra i due tipi di attività e, di conseguenza, quando il certificato medico va fatto o no? «Le attività sportive amatoriali, come per esempio andare in palestra o giocare a calcetto con gli amici, si svolgono in forma autonoma, e di solito non richiedono un impegno cardiaco importante né competizione - spiega Guido Marinoni, vicesegretario di Fimmg Lombardia (Federazione italiana dei medici di medicina generale) e membro del Comitato centrale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (FnOmceo) -. Chi invece partecipa, per esempio, a un torneo di calcetto, svolge attività sportiva non agonistica, come pure gli alunni che seguono attività parascolastiche organizzate dal Coni o dagli istituti in orario extracurricolare. In questi casi il certificato medico è obbligatorio, mentre non serve per l'ora di educazione fisica». Fin qui sembrerebbe tutto chiaro, ma non è così secondo medici di famiglia e pediatri, che segnalano il rischio di confusione. Vediamo perché.
I RISCHI - «Potrebbe accadere che, anche quando non è più necessario il certificato medico, i gestori di palestre e piscine continuino a richiederlo, allo scopo di tutelarsi - sottolinea Marinoni -. Noi medici siamo tenuti a rilasciarlo, anche se faremo presente al nostro assistito che non è più obbligatorio. In assenza di chiarimenti forniti dal Ministero della Salute, dovremo attenerci alle procedure diagnostiche indicate dal "Decreto Balduzzi", in vigore da luglio, sia per le diverse tipologie di attività motoria sia, per esempio, in presenza di patologie croniche o determinati fattori di rischio». Da qui la richiesta di una circolare ministeriale interpretativa da parte del segretario della Fimmg Giacomo Milillo, anche «per dare ai medici la certezza delle responsabilità che si assumono». Il "Decreto Balduzzi", poi, aveva introdotto l'obbligo dell'elettrocardiogramma per il rilascio dei certificati medici non agonistici. «Ora la nuova norma ha abrogato l'obbligo di questo esame - chiarisce Rinaldo Missaglia, segretario nazionale del Sindacato medici pediatri di famiglia (Simpef ) -. Spetta comunque al medico di famiglia o al pediatra stabilire annualmente, dopo anamnesi e visita, se l'assistito deve fare ulteriori accertamenti, come l'ecg. Del resto, già lo facciamo quando abbiamo un dubbio diagnostico o un sospetto clinico».
IL QT LUNGO - Medici di famiglia e pediatri, però, temono che la scelta di non eseguire un esame come l'elettrocardiogramma potrebbe anche configurarsi come "imprudenza" in un eventuale contenzioso legale. «L'ecg può mettere in evidenza anomalie pure in assenza di qualsiasi indizio clinico, come per esempio nel caso della sindrome del QT lungo - fa notare Giuseppe Mele, presidente dell'Osservatorio nazionale sulla salute dell'infanzia e dell'adolescenza -. Se fossero introdotti gli screening, potremmo intervenire precocemente, nonché prevenire alcune patologie cardiache». (corriere.it)

domenica 15 settembre 2013

''Uè anzianelli, che mortorio''

Nonstop/Marquese Scott , moonwalk king

Come Michael Jackson, Marquese Scott si esibisce in una moonwalk sulle note di Beat It. Un video quello del ballerino noto in rete come Nonstop che ha già fatto quasi un milione e mezzo di click.

sabato 14 settembre 2013

Velocità Adsl, che delusione

ADSL in Italia, la delusione continua: la velocità reale di connessione, misurata sul campo, è di ben il 60 per cento inferiore a quella promessa (7 o 20 Megabit). E c’è pure una notevole differenza tra le diverse regioni: tutti gli italiani pagano lo stesso per navigare, ma quanto ricevono poi può essere più o meno buono. C’è un po’ lo specchio dell’Italia digitale - tra promesse mancate e grosse differenze territoriali - nel nuovo studio di SosTariffe.it. Repubblica.it può anticiparne le conclusioni, frutto di 500 mila test di velocità fatti dal 2010 a oggi sul sito. Si rivela un’Italia paralizzata nella velocità di internet: in media si viaggia a 5,1 Megabit al secondo, più 8 per cento rispetto a tre anni fa; ma solo grazie alla crescita delle Adsl 20 Megabit, più costose e meno frequenti. Le Adsl comuni, a 7 Megabit, hanno ancora una velocità media reale di 4 Megabit.
Quelle 20 Mega sono più veloci ma non di molto: 7,1 Mbps. Possono essere una delusione più grave rispetto a quanto pubblicizzato dagli operatori. Già, le 20 Megabit hanno una velocità reale che è meno della metà di quella venduta. E che sia una velocità deludente lo dimostra anche questo fatto: gli operatori sono tenuti a dichiarare e rispettare una velocità minima di connessione, per le diverse Adsl, e nel caso delle 20 Megabit questo minimo garantito va da 7,2 a 10 Megabit circa. Lo si può leggere negli indicatori pubblicati sul sito Misurainternet dell’Authority tlc. Significa che i 7,1 Megabit di media sono una violazione delle norme. Se accertata con il test di velocità ufficiale dell’Authority, obbligherebbe l’operatore a rimediare o a concedere la disdetta gratuita agli utenti, in base alla normativa di settore. SosTariffe.it spiega il fenomeno con il boom di traffico e di utenti. "Se da un lato è evidente che la crescita non può definirsi molto soddisfacente in un periodo di rapida evoluzione tecnologica del settore come quello di questi anni, è evidente che nello stesso periodo di tempo è aumentato notevolmente il volume di traffico Internet da gestire a causa del boom di nuovi dispositivi come smartphone e tablet e della sempre maggiore fruizione di servizi di streaming musicale e video da parte degli utenti", si legge nello studio. I dati rivelano anche che la regione più veloce è la Toscana, con una media di 5,6 Megabit al secondo.
 Molto meglio rispetto a quella più lenta, l’Abruzzo. Tra le più veloci ci sono anche la Puglia e la Campania e tra le più lente il Veneto. Sembra insomma che la velocità non dipenda solo dal mercato ma anche dalle caratteristiche orografiche del territorio. Lo studio non lo dice, ma sta pesando sempre più un altro fattore: gli operatori alternativi a Telecom Italia spingono sempre meno le offerte nelle zone dove non hanno proprie infrastrutture estese (di unbundling). Hanno tagliato le promozioni e l’attività di conquista clienti, quindi, nelle zone in cui devono appoggiarsi di più sulla rete Telecom. Il motivo è che in queste i costi a monte per gli operatori sono maggiori e quindi la vendita di Adsl diventa poco (o per nulla) conveniente. La situazione potrebbe cambiare nei prossimi mesi con i tagli decisi dall’Authority sui costi che gli operatori devono pagare a Telecom per l’uso della rete. La vera svolta però si avrà con la diffusione delle reti a banda ultra larga, con fibra ottica a 30 e a 100 Megabit. In questo caso, grazie alla diversa tecnologia usata (meno basata sul doppino di rame), la velocità reale è quasi uguale a quella reclamizzata.