giovedì 30 luglio 2015

Smartphone più sottili

Se i prossimi smartphone saranno ancora più sottili e meno ingombranti lo si dovrà anche a una idea italiana. Per l'esattezza di Zeno Gaburro, professore del dipartimento di Fisica dell'università di Trento, tra gli inventori di un brevetto che riguarda la diffusione della luce attraverso delle microantenne e che nasce da una collaborazione di ricerca in ottica applicata tra Trento e Harvard.
Il brevetto ora è dato in licenza a Samsung Electronics Company nella propria sede in Corea. L'ateneo di Trento, insieme a quello di Harvard, è titolare del brevetto, depositato nel 2011, concesso negli Stati Uniti nel 2014.
"Il primo motivo di interesse - spiega Gaburro - deriva dallo spessore dei dispositivi, di pochi miliardesimi di metro, che suggerisce immediate linee di applicazione, laddove lo spazio è un bene prezioso e l'imperativo è la massima riduzione dell'ingombro, come ad esempio nelle telecamere per telefoni cellulari.
C'è poi la compatibilità con la tecnologia a silicio - aggiunge, riferendo degli esperimenti svolti ad Harvard - quindi si possono immaginare in futuro piccolissimi circuiti, ciascuno associato a una microantenna, in modo da renderla 'intelligente' e farle ad esempio focalizzare un tipo di radiazione ed un altro no oppure un colore da una parte e uno dall'altra".
"Con le risorse del brevetto - annuncia il professore - sto valutando l'opportunità di promuovere nuovi progetti didattici avanzati con alcune università africane".
Ansa.it
   

martedì 28 luglio 2015

Il robot gigante che costruisce le ferrovie

Nel video osserviamo il rinnovamento della massicciata, la sistemazione dei tramezzi, la posa dei binari e il successivo ancoraggio dei medesimi, effettuati dal robot RU 800 S della Plasser & Theurer durante il suo cammino su una obsoleta linea ferroviaria in fase di sostituzione.

sabato 25 luglio 2015

E1 Camera

Chi sceglie di registrare un video o scattare una foto con un action camera lo fa principalmente per le dimensioni del dispositivo, decisamente compatte, che lo rendono uno strumento perfetto per l’uso in sport d’azione, su droni volanti o in tutte quelle situazioni dove “small is better”. La grande minaturizzazione è data anche dalla presenza di un obiettivo fisso, che ne rende l’uso finale anche più semplice, ma talvolta può risultare un limite. A superarlo ci hanno pensato gli ideatori di E1 camera, una telecamera con il corpo grande quanto quello di una GoPro ma caratterizzata dalla possibilità di cambiare le lenti. Il corpo è in magnesio e monta un sensore micro quattro terzi di Panasonic, ciò significa che gli obiettivi micro quattro terzi di Olympus e Panasonic potrebbero essere potenzialmente compatibili con l’innesto a baionetta della E1. Avere la possibilità di montare lenti simili aumentano, e di molto, la qualità di acquisizione di foto e video, nonché le particolari opportunità di ripresa grazie agli obiettivi grandangolari e fish-eye, senza dimenticare la versatilità degli zoom. La camera è in grado di registrare anche video 4K a 24 FPS, ed è dotata di display LCD, ma può essere controllata anche in remoto attraverso un’app per smartphone. Il CEO della società precisa che non si tratta di una action camera, piuttosto è una telecamera che fonde i vantaggi dati dalle dimensioni di una camera come la GoPro, con quelli di una macchina professionale. E infatti è proprio il settore Pro e semi-Pro che potrebbe beneficiare maggiormente della nuova E1 che, grazie alla sua interessante autonomia di diversi giorni in Standby, può essere agganciata ad impalcature di concerti o a droni volanti, o in tutte quelle situazioni dove peso e dimensioni possono fare la differenza, senza però dover rinunciare alla qualità. Grazie alla campagna lanciata su Kickstarter
sono già stati raccolti i fondi necessari per commercializzare il prodotto (al momento in cui scriviamo sono stati raccolti oltre 220.000 dollari dei 42.000 dollari necessari)
Fonte: macitynet.it

giovedì 23 luglio 2015

"Frocio!". Che effetto ti fa?

Un pugno in faccia, un insulto che feriva e continua a ferire ma anche un appellativo talmente "sdoganato" da perdere il suo potere offensivo. Il collettivo di videomaker Cut ha chiesto a 30 ragazzi omosessuali che reazione provocava loro la parola "faggot" ("frocio" in italiano). Ecco i loro volti, le loro parole segnate da percorsi, età e vissuti differenti

 

domenica 19 luglio 2015

Viaggio nell’industria dei mangimi

Il 90 per cento del mais in Italia è utilizzato per produrre mangimiper allevamenti. Di questo mais, la maggior parte è di provenienza extra europea, geneticamente modificato (Ogm), di qualità di molto inferiore al mais destinato al consumo umano. Analogamente, la soia è utilizzata all’85 per cento per produrre mangimi, importata quasi sempre da Oltreoceano e prevalentemente Ogm. Sono dati poco noti, che riguardano l’altrettanto poco discusso mondo dei mangimi, ma che hanno in realtà direttamente a che fare con la produzione di carne, latte, uova e formaggi, e con il nostro modo di «nutrire il pianeta». 
Ogm free? - Entro i confini nazionali vige il divieto assoluto di piantare sementi geneticamente modificate (Ogm). L’Europa all’inizio del 2015 ha lasciato libertà ai singoli stati di decidere sulla coltivazione degli Ogm, consentendo all’Italia la messa al bando di questo tipo di colture. «Diverse indagini che abbiamo commissionato rivelano che un campione intorno al 90 per cento della popolazione in Italia è contraria agli Ogm», afferma Stefano Masini, responsabile ambiente di Coldiretti, organizzazione in prima fila contro l’utilizzo di Ogm in Italia. L’assenza sugli scaffali di prodotti Ogm non significa però che in Italia non si utilizzino prodotti geneticamente modificati, che sono anzi largamente importati dall’industria mangimistica. Secondo i dati Eurostat, nel 2014 l’Italia ha importato circa 417 mila tonnellate di soia dal Brasile e 244 mila tonnellate dagli Stati Uniti, in grande prevalenza Ogm. In Italia le norme sulle etichette impongono a chi produce un mangime Ogm di scriverlo sulla confezione, mentre per chi vende i prodotti derivati da un’animale che ha consumato un mangime transgenico, non c’è nessun obbligo di etichettatura. Lo squilibrio tra bando di coltivazione ma non di importazione è tra i motivi per cui gran parte dell’industria mangimistica e alcune associazioni come Confagricoltura spingono perché anche in Italia si dia via libera alla coltivazione e alla sperimentazione. 
Il tema Ogm è stato protagonista nelle scorse settimane dell’assemblea annuale dell’associazione di categoria Assalzoo. Secondo Andrea Moretti di Assobiotec, intervenuto nell’occasione, il bando italiano agli Ogm è dovuto a «motivazioni politiche e a considerazioni legate alla contrarietà dell’opinione pubblica, che naturalmente quando si fanno valutazioni di tipo science based, con un approccio di tipo scientifico, lasciano un pochino il tempo che trovano». Lo stesso incontro di categoria è stato chiuso dall’invito del presidente Assazoo Alberto Allodi ad «alzare i toni» proprio sulla comunicazione pro Ogm. I produttori intanto temono un possibile ulteriore bando europeo alle importazioni di alimenti Ogm, proposto dalla Commissione europea: «Se passasse la proposta della Commissione di delegare agli stati membri possibili veti, in alcuni paesi potrebbe diventare un vero disastro in termini di impantanamento nell’incapacità di assicurarsi le risorse necessarie», ha affermato Allodi. «Non voglio neanche prendere in considerazione uno scenario di questo tipo, sarebbe puro autolesionismo per l’Italia».
Nutrire il pianeta – L’innovazione, sostanzialmente in chiave Ogm, è dunque la risposta dell’industria mangimistica alla questione «nutrire il pianeta» posta da Expo 2015. Sul fronte diametralmente opposto del dibattito sul cibo, i mangimi sono invece accusati di competere con l’alimentazione umana. Il fatto che solo il 10 per cento del mais o il 15 per cento della soia in Italia siano destinati all’alimentazione umana, spiegano la posizione di chi sostiene che per «nutrire il pianeta» dovremmo anzitutto cambiare modelli di consumo, riducendo le proteine animali. «L’allevamento intensivo spreca il cibo invece che produrlo», afferma Philip Limbery, direttore dell’Ong Compassion in World Farming. «Un terzo dell’intera produzione mondiale di cereali serve a nutrire gli animali allevati intensivamente, sprecando il 70 per cento del valore nutritivo del cibo. Detto a chiare lettere: se questi cereali fossero dati alle persone, potrebbero nutrire 3 miliardi di persone in più sul pianeta». La questione della competizione tra cibo e mangimi è accentuata dalla crescita esponenziale del consumo di carne nei popolosi paesi «nuovi ricchi» del mondo. Già nel 2010 la Cina era il secondo principale consumatore di mais al mondo, con 172,5 milioni di tonnellate prodotte e altre 1,6 milioni importate per far fronte a un crescente consumo interno di carne, esploso di pari passo con l’aumento del benessere economico. 
Trasparenza – La storia dei mangimi si lega a doppio filo con quella degli allevamenti intensivi e della produzione massiva di carne e altri derivati animali. Se oggi in Italia i pascoli di bovini sono stati sostanzialmente sostituiti dalle popolose «stalle» è grazie ai progressi ottenuti dall’industria mangimistica, che hanno permesso di sopperire agli elementi nutritivi dell’erba e del pascolo con mix di cereali, leguminose e sostanze additive. «Per scegliere la ditta di mangimi devi vedere dei parametri che sono: la qualità della carne, fondamentale, e l’accrescimento», spiega Fabio Topini, proprietario di un allevamento di 1500 suini tra Toscana ed Umbria. Oltre, ovviamente, al costo. «Il mangime ti aiuta a ‘nascondere’ delle materie prime che non sapresti come utilizzare», afferma un esperto del settore, che ha chiesto di restare nell’anonimato. «Pensa al mais: anche se una parte del carico ti si rovina, nel mangime la diluisci e riesci a recuperare tutto», sostiene l’esperto. Il riferimento è alle micotossine, funghi che colpiscono mais e altri cereali e che possono avere effetti anche gravi sulla salute dell’uomo, in molti casi anche tramite il consumo di latte, carne o uova. Se ovviamente non si può generalizzare a tutti i produttori la pratica illegale di diluire cereali contaminati da micotossine oltre i limiti di tolleranza, si può sollevare una questione di trasparenza. Di fatto due aziende su tre contattate per la realizzazione di questo servizio hanno finito per negare una visita nei propri stabilimenti. 
Carne rapida – Una vacca in natura produce circa mille litri di latte in un anno. Con la «tecnologia» mangimistica di 30 anni fa, era spinta a produrne circa 5 mila. Oggi la media si assesta intorno ai 7 mila litri l’anno, con punte di 10 mila litri. Se un maiale allo stato brado raggiunge un peso «commercializzabile» in due anni, in un allevamento intensivo può raggiungere 150 o 180 kg anche in sei mesi, con evidenti risparmi per l’allevatore. Stesso discorso per i ritmi di crescita di un pollo, o della produzione di uova di una gallina. Anche la questione delle sostanze utilizzate pur legittimamente nelle ricette dei mangimi, come gli amminoacidi per favorire l’assimilazione, si muove però sul doppio binario del massimo effetto con il minimo costo, pur rispettando i limiti di tolleranza imposti sul prodotto finale. «Ad esempio molti fattori legati all’obesità, soprattutto l’obesità infantile, vengono riferiti anche statisticamente al consumo di carne», sostiene Simonetta Marucci, dell’associazione Medici per l’ambiente. «L’elemento centrale è proprio la presenza dei fattori di crescita, sostanze con valenza ormonale che vanno sotto il capitolo degli interferenti endocrini».

venerdì 17 luglio 2015

Capture Camera Clip v2

Il Capture Camera Clip v2 è la soluzione ideale per il trasporto di una fotocamera entry level; si può agganciare comodamente in cintura o agli spallacci dello zaino . Costruzione molto robusta in fibra minerale e alluminio

giovedì 16 luglio 2015

I AM JAZZ: A Family in Transition

“I AM JAZZ: A Family in Transition,” questo il titolo della serie tv, che andrà in onda questa sera su TLC negli Stati Uniti e in autunno arriverà in italia su Real Time, ma che sta già facendo molto parlare, che racconta la storia della teenager Jazz Jennings.
La serie segue la vita di una famiglia e della loro figlia Jazz, 11 anni, che affronta la decisione del cambio di sesso con l’approccio tipico di un’adolescente. Attraverso le testimonianze della famiglia e le interviste in prima persona, Jazz e la sua famiglia mettono in scena un potente racconto personale con tutte le sue implicazioni scientifiche e funzionali. Diretto da Jen Stocks e prodotto da Bill Hayes, Kirk Streb, Wayne Mahon e Mark Gottwald, per la Figure 8 Films, il docu reality approderà su Real Time in autunno, insieme ad altre serie tv a tematica arcobaleno.
Il primo ad arrivare sarà BECOMING US (titolo italiano TBD) – PRIMA TV in onda dal 21 settembre alle 21:10 su REAL TIME. Ben è un adolescente, i suoi genitori stanno divorziando e come se questo non fosse abbastanza il padre ha intrapreso il percorso che lo farà diventare una donna. Becoming Us seguirà in maniera intima e profonda le vicende di Ben, della sua famiglia e dei suoi amici. Quella che vivremo è la storia di una famiglia atipica ma unita ed amorevole, che racconterà il sostegno reciproco con cui sta affrontando le rivoluzioni della loro vita, ed il viaggio che porterà Charlie a diventare Carly.
Sempre in autunno in arrivo NEW GIRLS ON THE BLOCK, il titolo italiano deve ancora essere deciso, innovativa ed emozionante serie che racconta la vita di sei donne transgender di Kansas City. Ogni episodio si sofferma sulle questioni che le transgender incontrano nella vita di tutti i giorni: pregiudizi sul lavoro, il ripudio da parte delle loro famiglie, fino ai documenti di indentità che non tengono conto del nuovo genere. Queste donne hanno un punto in comune: la lotta per l’integrazione sociale. (kataweb.it)

mercoledì 15 luglio 2015

Gelato artigianale solo se è fresco

L'ultimo caso è quello della premiata gelateria Grom, di Guido Martinetti e Federico Grom, che ha dovuto togliere dal proprio sito internet la definizione di 'artigianale' in seguito a una diffida del Codacons. Ma i casi di finto gelato artigianale sono molti, più di quanto si possa credere. E questo perché in Italia c'è un 'vulnus' legislativo, nel senso che non esiste, per legge, una distinzione delle varie lavorazioni: artigianale, industriale, semilavorato, ecc. Il confine dunque è labile e c'è chi se ne approfitta a danno dell'ignaro consumatore. La 'battaglia' legale condotta dal Codacons nasce proprio da questa confusione. Il gelato di Grom, pur essendo un prodotto di alta qualità, realizzato con materie di prima scelta, "non è artigianale per due motivi - spiega all'Adnkronos l'avvocato Enrico Venini, legale del Codacons che ha seguito la vicenda - prima di tutto per le dimensioni dell'azienda, essendo una Spa, non è una ditta artigianale. In secondo luogo, fatto ancora più importante, è la stessa caratteristica del gelato: per essere artigianale dovrebbe essere prodotto in loco e dunque fresco, invece l'azienda prepara le miscele in un unico centro produttivo, in provincia di Torino, e da lì viene smistato ovunque, nei rivenditori italiani e all'estero fino a New York, Tokyo, Parigi, Osaka a Malibu". "Le miscele vengono pastorizzate e congelate - prosegue Venini - ed in seguito, una volta che arrivano nei negozi, si procede al loro scongelamento e alla mantecazione". Sono proprio questi i passaggi ai quali si è appellato il Codacons per contestare il fatto che il brand si fregia impropriamente della dicitura di gelato "artigianale". Più che consapevoli di una situazione 'selvaggia' sono i diretti interessati, i gelatieri della Confartigianato che hanno intrapreso "un percorso normativo per la definizione di regole insieme ad altre associazioni del settore perché, purtroppo, non esiste una legge che regolamenta il gelato artigianale" spiega Augusto Cestra, presidente di Confartigianato Gelatieri. Il settore conta in Italia 39.000 punti vendita di gelati artigiani (che comprendono le gelaterie e altri esercizi che distribuiscono gelato come pasticcerie, bar, ristoranti) con oltre 90.000 addetti. E non meno sensibile al problema è la Coldiretti, da sempre paladina della genuinità e della naturalità del gelato e di altri prodotti alimentari come dimostra la recentissima battaglia contro la Commissione europea che ha intimato all'Italia di porre fine al divieto (stabilito da una legge del 1974) di utilizzare il latte in polvere per produrre formaggi, latticini e dunque anche yogurt e gelati. "Per il gelato artigianale si dovrebbe usare latte fresco, non in polvere, e frutta fresca - spiega il responsabile qualità di Coldiretti Rolando Manfredini - ma per legge non è vietato utilizzare aromi, coloranti e additivi. E dunque chi fa il vero gelato artigianale subisce una concorrenza sleale da parte di chi utilizza sostanze chimiche". 

 La Coldiretti, che stima nell'ultima settimana un aumento del consumo di gelato addirittura del 25%, a causa dell'afa estiva, segnala che sono ormai un centinaio le "agrigelaterie", le fattorie che producono gelato con prodotti a Km zero e lo vendono, per così dire, "dalla stalla alla coppetta" o nei mercati di Campagna Amica, diffusi su tutto il territorio italiano. La maggior parte di esse - spiega la Coldiretti - producono "latte di alta qualità" che in parte trasformano in gelato. L’antesignana, nata nel 2001, è l'Agrigelateria San Pé di Poirino, in provincia di Torino e produce gelati freschi da latte di vacche di razze Frisona, Pezzata Rossa e Bruna Alpina. Nelle agrigelaterie è particolarmente curata la selezione degli ingredienti, dal latte alla frutta, ma sul mercato non mancano però le novità come la produzione di gelati a base di latte d'asina particolarmente apprezzato per le sue proprietà.

 Ma che come si fa riconoscere un vero gelato artigianale da quello camuffato nelle tante gelaterie cittadine o nei luoghi di villeggiatura? "Innanzitutto bisogna diffidare dai gelati con i colori troppo accesi, sicuramente non sono realizzati con materie prime nobili - raccomanda Cestra, il presidente di Confartigianato Gelatieri - un gusto pistacchio di colore verde smeraldo non sarà realizzato certo con il pistacchio di Bronte, anche il gusto fragola se è rosso brillante avrà sicuramente dei coloranti. Un altro trucco per identificare un gelato artigianale è la cremosità, dunque, se il gelato presenta cristalli di ghiaccio sarà stato scongelato e dunque non artigianale". Alcuni consigli utili giungono anche leggendo una sorta di decalogo della campagna 'Mangiasano', promossa dall'Unione europea nelle scuole, di cui Coldiretti è partner. Primo consiglio: "Se siamo in una zona dove passano tanti turisti bisogna fare molta attenzione: è probabile che il gelato sia preparato in fretta. Se invece la gelateria è anche una pasticceria, è più probabile che il gelato sia davvero artigianale. Inoltre occhio alla vaschetta: se è d'acciaio il gelato è stato preparato artigianalmente. 

I gusti? Meglio pochi ma buoni. Quando invece si trovano moltissimi gusti, anche con colori particolari (come il 'puffo', azzurro)...occhio!". Con l'aumento del consumo di gelato sono nate anche molte gelaterie “semi-artigianali”. Si tratta di laboratori dove non si parte dagli ingredienti freschi ma da basi, semilavorati, preparazioni a lunga conservazione. Con piccole aggiunte si possono poi ottenere molti gusti diversi. Per esempio, può essere difficile, per un piccolo laboratorio, preparare la pasta di gianduia o di noce, e i semilavorati in pasta, se ben fatti, risultano molto vicini al prodotto naturale. Anche alcuni tipi di frutta, per esempio quella di bosco, non sono utilizzati freschi, ma possono essere surgelati. Raramente, per esempio, a livello industriale si utilizza il latte vero, spesso si usa il latte magro in polvere ad altri derivati industriali del latte, come il siero di latte e i grassi oltre a additivi come coloranti, emulsionanti, stabilizzanti, aromi e conservanti. E, per quanto riguarda la frutta, spesso il gelato viene “rafforzato” sia nell'aroma che nel colore. La legge italiana vieta espressamente i coloranti in alcuni tipi di gelato (al limone, al cioccolato, alla panna, al torrone), mentre il Codice di Autodisciplina dei produttori industriali di gelato permette solo l'uso di quelli naturali. (adnkronos.com)

domenica 12 luglio 2015

Gentilezza

La gente è meno rude di quanto si pensi. Ne sono convinti gli autori di questa candid camera, che hanno tentato di vedere come reagiscono le persone quando trovano qualcun altro in difficoltà. Situazioni semplici: un'anziana che deve salire le scale con una pesante valigia, un pendolare addormentato che rischia di saltare la sua fermata, una donna che rovescia le buste della spesa. C'è sempre uno sconosciuto pronto ad aiutare. E quando questo accade, ecco la sorpresa inattesa: i beneficiari della cortesia e i passanti iniziano a cantare, come in un musical, regalando a loro volta un momento di gioia e spensieratezza al buon samaritano di turno

sabato 11 luglio 2015

Stella Lux


 Stella Lux è l'auto che si accende col sole e produce più energia di quanta utilizza. L'idea è di un gruppo di studenti olandesi, che hanno pensato a una family car diversa dal solito. Con quattro posti ha le batterie che in una bella giornata possono farti percorrere oltre mille chilometri e arrivare cariche a destinazione. L'hanno provato 21 studenti dell'ateneo olandese Eindhoven University of Technology verificando che riesce a produrre energia solare in quantità superiore a quanta utilizzata. E' dotata di 5,8 mq di celle fotovoltaiche con batteria dalla capacità supplementare di 15kWh. In più, anche se è brutto il tempo, non si spegne senza prima avvertirvi con il sistema di navigazione appositamente progettato dell'elettricità che avete ancora a bordo. Inoltre indica la strada migliore per le "auto-solari": è capace infatti di studiare il percorso migliore sulla base dei dati meteo. La potrete ammirare al prossimo Bridgestone World Solar Challenge, in Australia, a ottobre.correrà 3mila km a energia solare e magari vincerà pure la gara.

venerdì 10 luglio 2015

Rai giudica arbitrariarmente?

La Rai si è rifiutata di trasmettere il 5 luglio 2015, lo spot del film horror "Babadook", durante il Gran Premio di Silverstone. Koch Media lo ha reso noto dopo essersi vista negare, a meno di 24 ore dalla prima messa in onda, la programmazione dello spot del film, nonostante il visto censura lo catalogasse come "Per Tutti". Ernesto Grassi, Head of Theatrical Distribution della filiale italiana, ha aggiunto: "Siamo molto sorpresi e dispiaciuti della decisione presa da Rai. Per noi la messa in onda dello spot durante il Gran Premio era strategicamente molto rilevante nell'ambito della campagna di lancio del film. La decisione è stata presa nonostante lo spot fosse libero per tutti come da visto di censura numero 109844 e non posizionato in fascia protetta." 

Ad oggi non è ancora stata resa nota da Rai Pubblicità la motivazione alla base della scelta. 

Babadook è un horror psicologico in uscita nelle sale italiane dal 15 luglio 2015, dopo l'enorme successo riscosso ai principali festival unito al consenso unanime della critica e del pubblico. Incentrato sul mito dell'Uomo Nero, il film richiama e rivisita le atmosfere dei classici horror di Roman Polanski. Definito dal maestro Stephen King "Profondamente Disturbante", Babadook esplora la complessità del rapporto madre-figlio e le nostre paure ancestrali. (globalist.it)

giovedì 9 luglio 2015

Apice, la città fantasma

Una Pompei moderna. Apice era un paesino in provincia di Benevento che in seguito a due terremoti (1962 e 1980), fu abbandonato. L’allora primo cittadino, vista l’impossibilità economica di rimettere in piedi il proprio comune decise di ricostruire la città a pochi chilometri di distanza, sulla collina di fronte. A mettere la parola fine alla storia del piccolo comune sannita ci pensarono i tecnici inviati dal ministero del Lavori Pubblici. Stando alle relazioni tecniche riferite dal sito del Comune, il pericolo crolli era troppo elevato e se ne ordinò “l’immediata evacuazione”. Solo in pochi riuscirono a restare in paese e per non più di qualche anno. Circa seimila anime furono costrette a lasciare le loro abitazioni e trasferirsi nel nuovo centro abitato che prese il nome di Apice nuova. Dopo il terremoto del 1980 il paese divenne completamente deserto.

sabato 4 luglio 2015

Carrer Bike

Ha il cuore in Italia e guarda anche al meglio che c’è all’estero, con il proposito di diventare brand internazionale, Carrer Bike, la nuova bicicletta che unisce l’essenza dell’artigianalità italiana,  -il telaio realizzato in legno da maestri d’ascia – all’accurata selezioni dei particolari e alla componentistica di alto livello. I quattro modelli Bibione, Maranello, Milano e Valgrande, si acquistano, con tempi di attesa di circa tre mesi, on-line e nel cantiere di produzione tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, dove per oltre due anni il progetto ha preso forma. Costo: a partire da 6.000 euro. L’occasione per vederla, toccarla con mano, provarla, è giovedì 9 luglio prossimo a Milano: Open Day alla Fonderia Napoleonica in via Theon di Revel 21, dalle 11:00 alle 19:00.
Carrer Bike nasce dall’idea di Gianni Carrer (nella foto di apertura), imprenditore, laurea in architettura e passione per le barche in legno, ed è stata realizzata grazie all’incontro con i maestri d’ascia Attilio e Renato Perin, nati professionalmente nel cantiere navale Camuffo, il più antico al mondo. Il nome della bicicletta è quello del suo ideatore, perché rimanda alla paternità del progetto e perché è allo stesso tempo un nome “internazionale”, in molte lingue è leggibile e acquista significato (dal Karrer tedesco, Carrer spagnolo, Carrér francese, ad esempio). La ricerca di Gianni Carrer è durata più di due anni e ha riguardato la costituzione del team di lavoro che annovera professionisti tra i migliori dei rispettivi settori e soprattutto la messa a punto del pezzo forte: il telaio in legno, unico, così come ogni albero unico è in natura.
Perché il legno? Nessun altro materiale può avere le sfumature, il calore e la piacevolezza al tatto del legno, materiale vivo, naturale, elegante, bello, resistente e dinamico. Perché un telaio in legno? Il telaio in legno rende la pedalata morbida e confortevole, grazie alle caratteristiche intrinseche del materiale, che interrompono le vibrazioni trasmesse dalla strada alle ruote. Poi, un telaio in legno è irripetibile: la dimensione di un nodo, il colore di una venatura sono elementi che lo impreziosiscono, rendendolo assolutamente originale. Per le Carrer Bike sono state provate tante essenze e poi scelte quelle più “stabili”: Rovere, Frassino, Wengé, Olmo, Ebiara; i legni sono selezionati con cura, l’attenzione alla stagionatura è massima: la stabilità del materiale è indispensabile per rendere una Carrer Bike bella da vedere ed eccezionale da usare. Tutte le parti in legno sono rigorosamente costruite  a mano e passano controlli di tolleranza paragonabili ai migliori maestri dell’arte orologiera. La chiusura dei telai e l’installazione della componentistica è la parte conclusiva del processo di verifica della qualità. Il montaggio è fatto seguendo ogni particolare e la verniciatura finale un passaggio lento – paragonabile a quello delle barche-  fatto aspettando pazientemente l’asciugatura di ogni mano, prima di passare ad un’altra.
Ogni elemento è fatto a regola d’arte e per quanto possibile, fatto in Italia, e più precisamente le alchimie che hanno generato l’idea sono tutte strettamente italiane – designer, artigiani, concept – e a queste si sono aggiunti elementi esteri d’eccellenza (es. le selle Brooks, produzione UK e proprietà italiana). C’è grande attenzione all’artigianalità e alla manualità: il telaio è lavorato a mano; le ruote assemblate ed assestate da mani esperte, la componentistica adeguata e accuratamente scelta. Una ricerca lunga che alla fine ha pagato con la bellezza del prodotto finale. La qualità di ogni Carrer Bike è garantita da una serie scrupolosa di collaudi effettuati in laboratorio e in corso del montaggio. A parte i test previsti dalla severa normativa vigente, le bici sono sottoposte a particolari prove di resistenza ad urti, usura, variazioni climatiche, resistenza agli agenti corrosivi dell’uso quotidiano e test sul strada condotti da ciclisti professionisti.
Carrer Bike è una bicicletta destinata a durare nel tempo e non per essere un prodotto di passaggio, e ad essere tramandata da padre in figlio.

giovedì 2 luglio 2015

...è la vittima che se l'è cercata



Due giorni fa a Roma una ragazzina di soli 16 anni è stata violentata da uni uomo. Oggi per il reato è stato fermato dalla polizia un 31enne italiano, appartenente al Ministero della Difesa, in forza presso l'Arsenale della Marina. L'uomo è stato individuato attraverso le immagini delle telecamere di sorveglianza e trovato in casa del fratello, denunciato per favoreggiamento. La bicicletta e i pantaloni indossati, ritrovati nell'abitazione, hanno incastrato lo stupratore, riconosciuto immediatamente dalla vittima. 

Indagini celeri e violentatore assicurato alla giustizia in tempi brevissimi: eppure l'Italia deve fare i conti con la stupidità e il razzismo dei tanti che usano i social network solo per allenare i muscoli delle dita sulle tastiere di pc, tablet e smartphone. Sì, perché quello che è successo è forse peggio della violenza stessa. Lo stupratore (italiano!) infatti per molti utenti che hanno commentato la notizia sarebbe stato quasi costretto a commettere l'atto dalle "cattive abitudini femminili", cioè l'utilizzare in estate un abbigliamento succinto, magari una minigonna. 

La 16enne (accusata di essere ovviamente una poco di buono) quindi, per farla breve, se la sarebbe cercata questa violenza sessuale da parte di questo militare italiano: se avesse indossato un abbigliamento consono e avesse avuto rispetto per se stessa avrebbe potuto evitare, è scritto nei commeti. Ovviamente la questione sarebbe stata diversa se a violentare la povera ragazzina fosse stato un immigrato (ruspe!, ruspe!, ruspe!), ma qui siamo di fronte ad un caso completamente diverso: qui c'è da difendere un povero italiano. (Globalist.it)