martedì 29 settembre 2015

STEVE MCCURRY “FROM THESE HANDS: A JOURNEY ALONG THE COFFEE TRAIL”

Dal 23 settembre all’8 novembre 2015 la Tesa 113 dell’Arsenale di Venezia ospita la mostra “From These Hands: A Journey Along The Coffee Trail“, un percorso di immagini che racconta il viaggio del fotografo Steve McCurry lungo la rotta del caffè e dei suoi produttori.





 

lunedì 28 settembre 2015

Roma città aperta

In una Roma liberata che tenta di tornare alla normalità dopo gli anni della guerra e dell’occupazione nazista, nel settembre del 1945 al Cinema Quirinetta viene proiettata la magistrale opera di Roberto Rossellini “Roma città aperta”, che insieme a “Ossessione”, “Paisà” e “I bambini ci guardano” getterà le basi del neorealismo. Forte del ricordo della guerra ancora vivo tra gli italiani, il regista rende omaggio a un Paese e a un intero popolo appena riemerso dal clima di terrore, violenza e morte dovuto alla guerra, con un’oggettività priva di retorica e con il tentativo di esser equo e distante da giudizi politici, realizzando uno dei più grandi capolavori del cinema, come dirà qualche anno più tardi il collega Jean Luc Godard: «“Con Roma città aperta”, l'Italia ha appena riconquistato il diritto per una nazione a guardarsi in faccia». Accolto tiepidamente dalla critica italiana, guadagnerà il plauso di quella straniera, vincendo a Cannes nel 1946 il Grand Prix come miglior film, oltre a una candidatura agli Oscar e due Nastri d’Argento per la regia e per l’interpretazione di Anna Magnani. “Roma città aperta” trae spunto dalle figure di Pietro Pappagallo e di don Giuseppe Morosini, sacerdoti uccisi dai nazisti nel 1944, e dalla tragica storia di Teresa Gullace, madre di 5 figli e incinta del sesto, che viene barbaramente uccisa davanti alla caserma di Viale Giulio Cesare dove é rinchiuso il marito Girolamo, in una città flagellata dalle bombe, senza acqua né cibo, sommersa dalle macerie e sotto il pugno di ferro nazista, che reagisce con rastrellamenti e violenze alle incursioni partigiane. Rossellini parte da fatti di cronaca che all’epoca scossero il cuore di tutti i romani e sceglie Aldo Fabrizi per il ruolo del sacerdote e l’intensa Anna Magnani per il ruolo della madre, concedendosi come unica licenza narrativa la presenza sulla scena di uno dei figli della donna nella scena dell’uccisione, il piccolo Marcello, interpretato da Vito Annicchiarico. Anni dopo, il figlio di Teresa Gullace ricorderà così il giorno che cambiò la vita alla sua famiglia e il gesto disperato di sua madre: «Un impulso l'ha fatta scattare mentre pensava: sono incinta al settimo mese, non mi ammazzeranno mai...».

mercoledì 23 settembre 2015

Circo Independent

Presto nelle nostre cucine potrebbe arrivare una lavastoviglie davvero amica dell'ambiente. Il designer Chen Levin ha sviluppato 'Circo Independent', una lavastoviglie a manovella in grado di lavare in un minuto bicchieri, posate e piatti senza usare elettricità, ma sfruttando l''olio di gomito' di chi la utilizza.

Oltre ad essere ad impatto zero, 'Circo Independent', oggi solo un prototipo, garantisce un notevole risparmio di acqua: per lavare le stoviglie utilizza meno di 3 litri di acqua. Utilizzarla è semplice: basta riempire la base con acqua, aggiungere una tavoletta di acetato di sodio (che riscalda l'acqua) e iniziare a girare la manovella.

Il meccanismo è simile a quello di una lavastoviglie tradizionale, con una centrifuga che spruzza l'acqua dalla base. Al termine del lavaggio, 'Circo Independent' si trasforma in scolapiatti: tolto il 'coperchio', le stoviglie possono essere lasciate ad asciugare nella rastrelliera.

Per via delle sue dimensioni ridotte, il carico della lavastoviglie è limitato, ma il suo ingombro minimo potrebbe essere un vantaggio per chi ha problemi di spazio. Chen Levin ha spiegato di aver iniziato a progettare la lavastoviglie nel novembre 2014 come parte di un progetto universitario. Adesso cerca finanziatori per commercializzarla. 

giovedì 17 settembre 2015

Il Treno delle Ville Pontificie

E' partitoil Treno delle Ville Pontificie. Grazie alla collaborazione tra Musei Vaticani e Gruppo FS Italiane, dal 12 settembre 2015, ogni sabato, turisti, curiosi e appassionati avranno la possibilità di salire a bordo di un treno dedicato in partenza da San Pietro e arrivare alle stazioni di Castel Gandolfo e Albano Laziale.

Il nuovo collegamento ferroviario intende idealmente unire i “due Vaticani” e concretamente avvicinare  due scrigni di cultura e bellezza quali sono i Musei Vaticani e le Ville Pontificie di Castel Gandolfo, luogo magnifico e segreto dove lo splendore dell’arte e la gloria della natura convivono in mirabile equilibrio.

Qui, per la prima volta, sarà possibile avere accesso al Palazzo Apostolico, da sempre riservato solo al Papa e ai suoi più stretti collaboratori, per visitare i nuovi spazi museali della Galleria dei Ritratti dei Pontefici.

Il nuovo servizio, pensato anche in vista del Giubileo straordinario della Misericordia, è stato inaugurato oggi con uno speciale treno storico con locomotiva a vapore della flotta della Fondazione FS Italiane, che ha ospitato a bordo Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, Osvaldo Gianoli, Direttore delle Ville Pontificie, e Michele Mario Elia, Amministratore Delegato del Gruppo FS Italiane.
Le Ville Pontificie, per secoli inaccessibile segreta dimora estiva dei Papi di Roma – ha commentato il Direttore  dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci – dal 12 settembre prossimo sono aperte al pubblico e ci si arriva con il treno, il più popolare, il più democratico fra i mezzi di trasporto. È un fatto che stringe in emblema con plastica evidenza la politica di Papa Francesco; un Papa che ha rinunciato alla sua residenza estiva per aprirla alla gente. Se non è questo un segno dei tempi! 
Io, da storico dell’arte, Direttore dei Musei Vaticani, penso all’emozione e allo stupore dei visitatori quando nel parco di Villa Barberini vedranno il geometrico splendore dei giardini all’italiana, quando entreranno nel criptoportico di Domiziano e avranno l’impressione di essere dentro una stampa delle rovine di Piranesi, quando, dalla terrazza della Villa di Castel Gandolfo vedranno l’occhio azzurro del lago dopo aver percorso la Galleria che raccoglie i ritratti dei romani Pontefici. Penso all’emozione e allo stupore, ma anche alla gratitudine che ciascuno dei visitatori proverà per questo imprevisto regalo del Papa.
Nei nostri 110 anni di storia – ha dichiarato l’AD del Gruppo FS Italiane, Michele Mario Elia – abbiamo accompagnato numerosi Pontefici in giro per l’Italia, con veri e propri bagni di folla nelle stazioni e lungo le linee. E da qualche anno accompagniamo in treno fino al Vaticano centinaia di bambini in difficoltà, per permettere loro di incontrare il Santo Padre. Siamo felici di mettere il nostro know how e la nostra esperienza a disposizione di questa nuova iniziativa e siamo sicuri che questa nuova sinergia riuscirà ad attrarre numerosi turisti, italiani e stranieri, curiosi di conoscere questo nuovo, affascinante, spazio museale.

mercoledì 16 settembre 2015

C'è cameraman e cameraman...

Da una parte la telecamera, dall’altra un bambino siriano che lo guarda teneramente mentre finisce di mangiare il suo biscotto. Sta facendo il giro del web la foto che ritrae il cameraman italiano Vicenzo Taranto, operatore di TV 2000, mentre prende in braccio un bambino, sfinito dal viaggio, e lo porta fino al campo profughi di Rozske.
L’istantanea  scattata al confine tra Serbia e Ungheria dal giornalista e collega Vito D’Ettorre, sta diventando la foto simbolo della risposta italiana alle immagini, circolate in questi giorni, che ritraggono una giornalista ungherese, Petra Laszlo, mentre prende a calci i profughi che tentavano di fuggire dalla polizia.
In particolare, la sequenza in cui si vede Laszlo (poi licenziata dalla sua emittente per le polemiche) far cadere con uno sgambetto un papà che tenta di scappare portando in braccio suo figlio, ha suscitato sdegno a livello internazionale. “La foto più bella è questa, scattata lungo il confine tra Serbia e Ungheria – scrive D’Ettorre sulla sua pagina Facebook - Vincenzo Taranto, qui a Rozske, che prende in braccio un bimbo siriano. Sfinito per il lungo viaggio a piedi, si lascia prendere in braccio fino al campo profughi”. E tantissimi sono gli attestati di stima nei confronti del video maker italiano. C’è chi scrive: “reporter di un'altra pasta.... italiani fino alla fine”, “immagini come queste dovrebbero essere la regola”. E ancora: “c’è chi sgambetta e chi prende in braccio, bravissimo!” “Grazie Vincenzo, sei un orgoglio per tutti noi”. (redattosociale.it)

martedì 15 settembre 2015

Concorso pinkbike

La folle discesa in bici di Primož Ravnik lungo una diga altra 60 metri a tutta velocità finendo contro il muro d’acqua in fondo. Il video realizzato con la GoPro è impressionante. Prmimoz non si fa nulla fortunatamente ma grazie alla sua prova estrema è uno dei candidati alla vittoria del concorso pinkbike che prevede che il video migliore riceva un premio di 20 mila dollari.

lunedì 14 settembre 2015

Alcol in gravidanza

Anche bevendo poco ma spesso, il feto è esposto all'alcol materno. 
Lo dimostra l'ultimo studio scientifico italo-spagnolo sulla sindrome feto-alcolica, diretto da Simona Pichini dell'Istituto superiore di sanità (Iss) e in pubblicazione su Clinical Chemistry and Laboratory Medicine. Lo studio condotto su 168 coppie mamma-neonato (dell'Hospital del mar di Barcellona) dimostra che quantità modeste di alcol consumate durante tutta la gravidanza sono rilevabili sia nel capello materno che nelle prime feci (meconio) neonatali. 
Per l'occasione la European FASD Alliance presenta l'edizione 2015 di "Too Young To Drink" ("troppo piccolo per bere"), campagna di comunicazione ideata da Erik Ravelo, responsabile Social Engagement di Fabrica, il centro di ricerca per la comunicazione del gruppo Benetton che ha sede in Italia, mirata a promuovere la consapevolezza sui rischi della FASD. 
Un selfie per dire "stop" al consumo di alcol in gravidanza. E' l'obiettivo della campagna social Too Young To Drink lanciata in occasione della Giornata internazionale della sindrome feto alcolica.
(globalist.it)

domenica 13 settembre 2015

«Cosa hai alle mani?»

La storia commovente di Jordan Bone, youtuber tetraplegica diventata famosa per i consigli di bellezza. Lei vive su una sedia a rotelle e ha un uso limitato delle mani dopo un incidente stradale, ma con la forza di volontà ha imparato a truccarsi da sola e a dare ottimi consigli ai quasi 90.000 iscritti al suo canale.

 

sabato 12 settembre 2015

magie

"Una della magie più gratificanti offerteci dalla vita è spiare il sonno delle persone che amiamo: incoscienti e a occhi chiusi, lasciano che il nostro sguardo adorante se ne appropri per intero; nella loro fragilità totale e fiduciosa, si offrono alla nostra osservazione pure come bambini, invulnerabili come dei."
Il settimo velo, J.M. de Prada

mercoledì 9 settembre 2015

Funky Tomato

Walim, chinato sulle piante, taglia i pomodori un grappolo alla volta, con il coltello. Walim ha un contratto di lavoro regolare, e la passata che nascerà da quei pomodori è quasi tutta già venduta, anche da prima che i frutti maturassero sulle piante. Siamo nei campi di San Ferdinando e Palazzo San Gervasio, tra Puglia e Basilicata, la cui produzione è destinata al progetto "Funky Tomato. Pomodoro a filiera partecipata".
Grazie alle 15mila bottiglie di salsa, pelati o pomodoro a pezzi acquistate in anticipo da ristoranti, gruppi di acquisto o singole persone, il progetto ha potuto assumere a tempo determinato quattro lavoratori: Yakouba e Walim, entrambi burkinabé, che si occupano prevalentemente della raccolta, insieme ad Anita, una giovane mamma di Cancellara e a Mamadou, senegalese, che lavorano nel laboratorio di trasformazione.
"Speriamo che la sperimentazione di quest'anno possa continuare e ampliarsi, consentendoci di dare stipendi anche alle altre persone che hanno contribuito al progetto. La nostra intenzione non è ricavare profitti, ma nemmeno fare, semplicemente, volontariato o solidarietà. Noi vorremmo mostrare che un'economia diversa del pomodoro è possibile". Parla con decisione Giulia Anita Bari, che per il progetto Funky Tomato coordina la gestione e la comunicazione, e che al momento è tra coloro che a questa idea hanno lavorato volontariamente.
Giulia conosce bene la filiera del pomodoro in Puglia e Basilicata e lo sfruttamento dei braccianti agricoli, soprattutto africani, impegnati nella raccolta e reclutati attraverso il caporalato. Per Medu - Medici per i diritti umani coordina la campagna Terragiusta, iniziativa di monitoraggio, presidio e assistenza medica con unità mobili nei luoghi in cui vivono i lavoratori agricoli stagionali: dalla Capitanata in Puglia, al territorio di Venosa in Basilicata, fino a Rosarno e alla piana di Gioia Tauro per la stagione invernale delle arance calabresi.
L'idea dei "pomodori funky", per quanto piccola, è un'alternativa allo sfruttamento che ha messo in rete realtà e persone impegnate da anni: agricoltori, agronomi, braccianti, ma anche artisti (con la serie di concerti "Fuori dal Ghetto" di Sandro Joyeux, una tournée negli insediamenti informali di braccianti) e cuochi, come Stefano Carucci che ha dato consigli per la preparazione della salsa e l'organizzazione del laboratorio. E mentre in Puglia e Basilicata molti braccianti lavorano anche per dieci ore al giorno a cottimo, e il grosso dei contratti sono fittizi, i quattro dipendenti di Funky Tomato ricevono per ogni giornata di lavoro i circa 47 euro netti previsti dalla legge. E grazie ai loro contratti stagionali riescono a maturare i giorni necessari per usufruire, quando non lavorano, degli ammortizzatori sociali spettanti ai lavoratori dell'agricoltura.
Il pomodoro si raccoglie a mano, in modo che la pianta possa rifiorire e produrre per tutta la stagione, e si colloca in cassettine da dieci chili, anziché nei cassoni da 4 quintali delle produzioni industriali. Una qualità, e una piccolissima dimensione, che portano il costo della materia prima intorno ai 40 centesimi al chilo, contro gli 8-12 centesimi di prezzo medio del pomodoro lucano destinato alla trasformazione industriale. "Forse basterebbe portare il prezzo a 15 o 20 centesimi al chilo per poter garantire un lavoro dignitoso anche ai braccianti che raccolgono per le grandi imprese", commenta Giulia Anita Bari. "O forse - prosegue - basterebbe che qualcuno rinunciasse a una parte anche piccola di profitto per dare una paga giusta ai lavoratori".
Ai primi di ottobre, le bottiglie vendute cominceranno ad arrivare a casa degli acquirenti, che con il loro preacquisto sono diventati di fatto co-produttori. E l'idea per il prossimo anno è di espandersi anche all'estero. Magari in Francia, se i braccianti, francofoni, avranno voglia di mettersi alla prova nella comunicazione o nel commercio online. "Per noi, i contatti più interessanti sono con ristoranti e negozi, che siano interessati a un prodotto di alta qualità, possano garantire una certa costanza e dimensione degli ordini e ci permettano quindi di fare programmi per la prossima stagione", spiega Paolo Russo, responsabile di un'azienda agricola in Puglia e coordinatore della commercializzazione e trasformazione di Funky Tomato. Intanto, cinquemila bottiglie da 600 ml della produzione 2015 sono ancora in vendita sul sito, con scaglioni di prezzo diversi a seconda delle quantità acquistate. (Giulia Bondi- globalist.it)

lunedì 7 settembre 2015

Mafie,” tarocchi”e piccoli borghesi benpensanti

Egregi e venerati politici e amministratori italiani dell’anno 2015,
in qualità di vecchio “vù cumprà” senegalese, ora a riposo, vi scrivo dalla lontana, ma ormai sempre più vicina Africa.
Naturalizzato italiano, dopo quasi trenta anni di residenza e di conoscenza dei collaudati metodi che garantiscono il quotidiano rifornimento dell’abusivismo, mi permetto di darvi solo due piccoli consigli. Utili ai miei concittadini da sempre sfruttati e bastonati, ma anche a voi che ritenete gli abusivi come in peggiore dei mali oggi presenti sulle vostre spiagge e sui vostri lidi. 
PRIMO: se veramente volete fermare i miei vecchi e nuovi compagni di sventura, fermate la produzione dei “tarocchi” e le loro fabbriche. E le mafie che di quelle fabbriche sono i veri titolari e padroni. Fabbriche e laboratori che senza mafia e senza protezioni politiche non potrebbero esistere. Spero che questo vi sia abbastanza comprensibile.
SECONDO: se veramente volete fermare i miei vecchi e nuovi compagni di sventura, fermate i furbi che fingono di indignarsi, ma che con l’altra mano, pensando di fare l’affare, comprano i nostri e vostri “tarocchi”
come fossero veri Vitton, Fendi, Rolex, Panerai, Ray ban o Cartier, ecc. ecc..
Solo se riuscirete a sconfiggere il malaffare dei produttori e l’ipocrisia dei falsi benpensanti riuscirete a sconfiggere l’abusivismo e assieme ad esso anche lo sfruttamento dei miei poverissimi, impotenti e maltrattati compagni di sventura.
Correre dietro ai poveri non è un glorioso esercizio e non ha mai portato bene a nessuno.
A voi gloriosi politici dell’anno 2015 il mio più affettuoso augurio.
Mamadou Ndou.

venerdì 4 settembre 2015

Meravigliosa Roma

Quello di Oliver Astrologo è un meraviglioso video-omaggio alla Capitale. Il fotografo e videomaker romano con esperienze nel campo pubblicitario mostra tutto l’incanto di Roma, le sue architetture, la sua unicità. Statue, strade, piazze, chiese, monumenti, fontane, abitanti, artisti di strada: un ritratto che racconta una delle città più belle del mondo anche attraverso voci e rumori. “Mesi fa mi sono reso conto che di Roma, una delle città più belle del mondo, non esistono video che le rendano giustizia - racconta l’autore - cercando sulla rete ho trovato tanti video spesso noiosi o poco accattivanti, anche i video istituzionali non mi convincevano. Ho deciso quindi di dedicarle un video e nei mesi passati ho girato in lungo e largo l'intera città e ho raccolto materiale. Da romano sono consapevole dei problemi di questa città ma esiste un lato ‘eterno’ che è unico e meraviglioso che andava assolutamente valorizzato" - continua Astrologo - "Credo che visti i recenti avvenimenti, Roma avesse bisogno di qualcosa del genere. Questo progetto è stato realizzato con zero budget con l'aiuto di amici e colleghi, vorrei che le istituzioni prendessero spunto da questo caso per cominciare a incentivare i creativi locali per realizzare prodotti come quest

giovedì 3 settembre 2015

Le fotografie, a volte, ingannano

Le fotografie, a volte, ingannano.
Prendete questa immagine, per esempio.
Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.
L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.
È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.
L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso.
Invece sono stato ingannato.
Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.
Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.
La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel piccoletto bianco. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come lui e Smith, che superavano entrambi il metro e novanta.
Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman corse la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.
Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro.
John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore.
Fu una gara bellissima, insomma.
Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione.
Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio.
Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.
Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi.
I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani.
Norman rispose di sì.
Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì.
“Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”.
Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.
Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere.
Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri.
“Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio.
Ma poi Norman fece qualcos’altro.
“Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.
Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.
Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”.
I tre uscirono sul campo e salirono sul podio: il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.
“Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”.
Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.
Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte.
Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione e sono diventati paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.
In questa statua non c’è Peter Norman.
Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.
Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani, pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.
Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale.
In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo.
Come disse John Carlos “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”.
Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000.
Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani.
Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200, eppure non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Fu il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia a chiedergli di aggregarsi al proprio gruppo e a invitarlo alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.
Norman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato.
Al funerale Tommie Smith e John Carlos, amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.
“Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos.
“Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.
Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole:
“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.
Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo del Progetto OIimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.
Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.
Ma, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.
“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco.
Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo.
È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance.
Invece è il contrario.
Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.
(Riccardo Gazzaniga) 
L'articolo originale è di Gianni Mura, esiste un film sulla storia e si chiama "Salute" girato dal nipote Matt Norman e vincitore di tanti premi, lo trovate facilmente in rete

mercoledì 2 settembre 2015

L’aquila vola verso il Monte Bianco

L’Ultra Trail du Mont Blanc è una delle gare più dure per i runner: 170 chilometri sulle pendici del Monte Bianco francese. Arrivano runner da tutto il mondo, all’edizione 2015 erano presenti in 1900. L’associazione animalista “Freedom’s Conservation” ha liberato nei cieli di Chamonix, in Francia, un’aquila con una GoPro sul dorso che ha ripreso la zona della gara per uno spettacolo straordinario. Per la cronaca ha vinto il francese Xavier Thevenard che ha percorso i 170 km in 21 ore e 9 minuti.

martedì 1 settembre 2015

Awa Modula

Trasformare l’aria che respiriamo in acqua potabile. Senza inquinare l’ambiente. Adesso e’ possibile, grazie a una innovativa tecnologia che arriva dalla Svizzera. La macchina all’avanguardia che puo’ fare tutto questo e’ stata presentata oggi a Expo, nell’ambito della giornata ticinese dedicata all’acqua, dalla Seas, la societa’ di Riva San Vitale (Ticino) che ha progetto e realizzato il sistema Awa Modula (Air to Water to Air), in grado di catturare l’umidita’ presente nell’atmosfera e trasformarla in acqua potabile di alta qualita’. In realta’, sono diversi anni che si inseguiva la possibilita’ di ricavare acqua dall’aria. Adesso questa possibilita’ si e’ concretizzata ed e’ stata sperimentata su grandi numeri: in un albergo e una societa’ petrolifera in Messico, e in una fabbrica di formaggio in Peru’. Sono i numeri a fare la differenza: parliamo di ottenere fino a 10.000 litri di acqua al giorno. Con la tecnologia della Seas Societe’ de l’Eau Aerienne Suisse, si potrebbe “rispondere alla crisi globale dell’acqua” spiega il direttore generale, Rinaldo Bravo. Anche perche’ la macchina funziona ovunque, anche in zone aride come il deserto, poiche’ e’ alimentata a elettricita’, e quindi consente l’uso di fonti rinnovabili, dall’energia solare a quella eolica. E restituisce al contempo aria fredda per la climatizzazione e calore per il riscaldamento di acqua sanitaria. “Altri riuscivano a ottenere quantita’ molto ridotte di acqua dall’aria – spiega Bravo – . Noi, a 30 gradi e 70% di umidita’, riusciamo a catturare il 60% dell’acqua presente nell’aria”. Questa tecnologia “permette di avere a disposizione una fonte praticamente inesauribile di acqua, riducendo costose infrastrutture, inquinanti (non ci sono scarti) e trasporti. Si puo’ infatti ottenere acqua potabile di qualita’, arricchita di sali minerali; ma anche acqua per uso agricolo (serre e allevamenti), oppure acqua distillata per uso alimentare, farmaceutico, ospedaliero, industriale. Per tutte le tipologie proposte, i sistemi SEAS permettono di produrre acqua dall’aria, con macchine da 2.500 a 10.000 litri al giorno, modulabili sino a centinaia di metri cubi, mantenendo l’acqua in ricircolo costante, a temperature corrette. Per cercare di capire il difficile meccanismo del sistema Awa, abbiamo chiesto aiuto al direttore generale, che ci ha fornito un’immagine semplice e diretta: quella di un vecchio frigorifero. “Pensate al frigorifero della nonna – suggerisce -. Che a un certo punto andava sbrinato. Allora la nonna staccava la spina e il ghiaccio cominciava a sciogliersi, ‘pioveva’ acqua dappertutto. Noi dobbiamo fare proprio come per la sbrinatura del frigorifero: mantenere la temperatura a 2 gradi qualunque sia quella esterna. L’acqua raccolta viene filtrata e poi resa potabile con l’aggiunta di sali minerali. Inoltre il freddo e il caldo che usiamo per questo processo, lo riusiamo per scaldare e raffreddare”. In tutta questa tecnologia fa la sua parte anche un Ateneo italiano, l’Universita’ di Pavia. La Professoressa Anna Magrini dell’Unversita’ di Pavia, che ha collaborato alla realizzazione del progetto spiega: “La tecnologia garantisce un impatto ambientale basso o nullo. A differenza delle tecnologie ad osmosi inversa (desalinizzazione, depurazione delle acque, trattamento delle acque reflue, ecc.), quella di SEAS non rilascia impurita’ nell’ecosistema locale e offre una fonte illimitata e inesauribile di acqua potabile”. La rivoluzione che questo sistema puo’ rappresentare per il mondo intero e’ ancora piu’ evidente alla luce dei dati allarmanti sulla crisi globale dell’acqua: basti pensare che 880 milioni di persone in tutto il mondo non hanno accesso all’acqua potabile e 3,4 milioni muoiono ogni anno per la mancanza di questo bene o per malattie correlate. Nello scorso mese di marzo, Seas ha donato a UNAkids, onlus impegnata a migliorare le condizioni di vita dei minori nelle regioni sconvolte dalle guerre, un sistema capace di produrre 2.500 litri di acqua potabile al giorno. Intervenendo all’incontro, il Segretario della onlus ha sottolineato quanto l’acqua sia un bene fondamentale, in particolare per i campi profughi: “L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima che il crescente esodo di rifugiati dalla Siria al Libano potrebbe superare di ben 10 volte le stime piu’ recenti. Oltre il 50% di questi rifugiati hanno meno di 17 anni. Spesso queste persone non hanno accesso ai minimi approvvigionamenti di cibo e acqua potabile”.